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Venerdì, 06 Marzo 2015 13:58

Ecclesiaste

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Il libro di cui ci occuperemo ora è un testo che ci costringe a riflettere. Il suo autore pone domande senza far seguire una risposta immediata, interrogandosi sul significato della vita, sulla felicità.

Il termine “Ecclesiaste” deriva dal titolo utilizzato dalla versione greca dell'Antico Testamento, detta dei Settanta, e traduce l’ebraico “Qoelet”, che vuol dire “insegnante” o “predicatore”. Si tratta di un vero e proprio sermone, nel quale lo scrittore riflette sulla vita, chiedendosi se l’uomo tragga un reale profitto da tutta la sua fatica (1:3).
L’Ecclesiaste pare riflettere l’esperienza di Salomone che scrive in età ormai avanzata. Il suo nome non viene citato, ma le allusioni alla sapienza, ai piaceri, alle costruzioni, alle ricchezze, alle donne sembrerebbero riferirsi a lui: è netta l'impressione che egli voglia come tracciare un bilancio della sua vita e, al tempo stesso, esprimere una valutazione della vita in generale.
Si tratta, come si è detto, di un sermone scritto, sul tema «Tutto è vanità».

Per lo scrittore, l’espressione «vanità» designa ciò che è inutile, che non ha valore nel tempo, che sfocia in una sensazione di insoddisfazione.
In un mondo dove tutto passa e nulla riesce a soddisfare veramente, l’autore si propone di rispondere al seguente interrogativo: qual è il senso della vita?
Il melanconico ritornello «Vanità delle vanità, tutto è vanità», non è la sua sentenza sulla vita in generale, ma solo sull’errato atteggiamento dell’uomo che considera il mondo come fine a se stesso e fa dei piaceri lo scopo unico della sua vita.

L’Ecclesiaste intende eliminare prima di tutto le false speranze che dominano nella mente degli uomini e condurli a riflettere su ciò che veramente vale.
La risposta alla domanda «Che cosa c'è di buono da compiere per l’uomo in un mondo dove tutto è vanità?» viene riassunta con: mangiare, bere, godere, eseguendo con impegno tutto quello che le tue mani trovano da fare e sopra ogni cosa temendo Dio, tenendo gli occhi fissi sul giorno del giudizio finale. L'autore non aveva dubbi circa l’esistenza di Dio e della sua giustizia. Dio viene menzionato almeno 40 volte in questo libro, e il predicatore è certo del giudizio divino (3:17, 11:9, 12:14).
Allora notiamo che, dietro la disperazione dell’Ecclesiaste, traspare incessantemente la presenza del Creatore al quale tutti dovranno rendere conto (3:11,17).
L’ idea assillante della morte come fine di tutte le cose può essere allontanata solo dal pensiero di Dio, dell’eternità e della retribuzione finale di tutte le azioni commesse su questa terra.
Nel profondo della sua anima, in realtà, l’uomo nutre un profondo desiderio delle cose eterne.
A conclusione del suo discorso, l'autore assicura che temere Dio e osservare i suoi comandamenti per l’uomo è tutto. Si legge infatti al capitolo 12, versetti 15-16:


«Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo.” Dio infatti farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male.»


L'Ecclesiaste non dice «ascoltate», ma: «ascoltiamo», perché egli stesso vuole ascoltare da Dio ciò che predica agli altri.

Sull'Ecclesiaste, J. Packer scrive nel suo libro «Conoscere Dio»: «Considerate - dice l’Ecclesiaste - il tipo di mondo in cui viviamo … osservate la trama della vita, stabilita da cicli della natura ricorrenti e senza scopo (1:4 ss.). Vedete il suo schema fissato dai tempi e dalle circostanze, su cui non avete alcun potere (3:1; 9:11 ss.). Vedete ... arrivare la morte per tutti … senza relazione alcuna con una ricompensa o una punizione (7:15; 8:8). Gli uomini muoiono come bestie (3:19 s.) sia i buoni che i malvagi, sia i saggi che gli stolti (2:14, 17; 9:2 s.). Vedete il male che imperversa (3:16; 4:1; 5:8; 8:11; 9:3), i mascalzoni che vanno avanti, mentre gli onesti no (8:14). Considerando tutto questo, vi rendete conto che la disposizione degli eventi da parte di Dio è imperscrutabile, vi sforzate di capire, ma non ci riuscite (3:11, 7:13 s.; 8:17; 11:15) … Che cos'è dunque la vera sapienza? Temi Dio e osserva i suoi comandamenti (12:15), confida in Lui e ubbidisci, abbi timore di Lui, adoralo, sii umile davanti a Lui; quando preghi, non dire mai più di quel che ti proponi e vuoi mantenere (5:1-7), fa' il bene (3:12), ricordati che un giorno Dio ti chiederà conto, (11:9; 12:14), perciò evita, anche in segreto, quelle cose di cui potresti vergognarti quando saranno messe in luce al tribunale di Dio (12:14). Vivi nel presente e godilo intensamente (7:14; 9:7 s., 11:9 s.); i piaceri attuali rappresentano i buoni doni di Dio ... Ricerca la grazia di poter lavorare intensamente a qualunque cosa la vita ti chiami a fare (2:24, 3.12 s.; 5:18 s. 8:15). Lascia i frutti nelle mani di Dio; che sia Lui a misurare il valore ultimo, la tua parte sta nell'adoperare tutto il buon senso e l'inventiva di cui disponi per sfruttare le occasioni che ti si presentano (11:1-6).»

 

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Venerdì, 06 Marzo 2015 13:54

Proverbi

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20 proverbi

Questo testo è stato definito una delle migliori guide che un giovane possa seguire.
È composto da 31 capitoli, se ne può dunque leggere uno per ogni giorno del mese.
Mentre i Salmi ci guidano alla preghiera e all’adorazione, i Proverbi ci orientano nella condotta quotidiana.
Questo libro è diviso in cinque parti: le prime due portano il titolo di «Proverbi di Salomone» (1-9; 10-24). La terza parte è indicata col titolo «Proverbi di Salomone trascritti dagli uomini di Ezechia» (25-29). La quarta parte è intitotolata «Parole di Agur» (30) e la quinta «Parole di Lemuel» (31).
Dunque, Salomone è l’autore principale di questa opera.
Il re Salomone ereditò da Davide, suo padre, un regno popoloso ed esteso. Riconoscendosi incapace di assumersi una tale responsabilità, pregò il Signore (1 Re 3:7-9), facendo una richiesta particolare:

«Da' al tuo servo un cuore intelligente».

 
La richiesta di Salomone trovò favore davanti a Dio, che la esaudì oltre ogni aspettativa: oltre alla saggezza che desiderava, il Signore gli diede ricchezza e potenza.
La cultura di Salomone era tale che era ritenuto un prodigio, e molti re affrontavano lunghi viaggi per ascoltarlo di persona.
Purtroppo, negli ultimi anni della sua vita si allontanò dai buoni insegnamenti che Dio gli aveva dato e con cui aveva governato il suo popolo.
Nel primo libro dei Re, al capitolo 11, troviamo il racconto della triste fine della sua vita.

Torniamo al nostro testo. La parola ebraica "mashal", usata qui per proverbio, viene da un verbo che significa “governare” o “avere dominio”, è interessante notare la forza e l'influenza che i proverbi hanno sugli uomini.
Che cos’è un proverbio? È un detto saggio condensato in poche parole.
Una forma così breve ha dei vantaggi: rende veloce la memorizzazione e si può facilmente ricordare.

Il contenuto dell’opera è riassunto nei primi sei versetti, dove viene indicato anche lo scopo, cioè promuovere la saggezza, l’istruzione, la comprensione, la rettitudine, la conoscenza, il sapere.
Punto di partenza è il timore di Dio. Segue un piccolo poema didattico, dove, in forma di discorso, un padre si rivolge al figlio; è un’esortazione ad ascoltare l’istruzione dei genitori e ad evitare cattive compagnie.
I primi nove capitoli sono diretti a incoraggiare lo studio e la pratica delle leggi della sapienza e a prendere le distanze da tutte quelle cose che impediscono di fare il bene.
Gli argomenti trattati nel resto del libro sono i più disparati.

Ogni proverbio è indipendente dall’altro, cioè tra i diversi proverbi non esiste alcun legame, essi possono però essere raggruppati per argomenti; noteremo così che la parte più importante è quella che riguarda gli insegnamenti morali.
Si parla di sapienza e follia, di ricchezza e povertà, del laborioso, del pigro e dell’ubriacone. Si argomenta sui genitori e figli, sui giovani, sulla donna corrotta e quella virtuosa, sul matrimonio.
Altri argomenti sono la maldicenza, l’umiltà, le liti, l’amicizia, il governo, la salute del corpo e dell’anima. Alla base di tutto ciò c’è il timore del Signore, fonte della vera sapienza.
È evidente il valore pratico di questi insegnamenti che interessano la vita nel suo insieme.

L’attualità dei proverbi è sorprendente. Molti uomini e donne ne hanno tratto profitto, applicandoli alla vita quotidiana con l’intento di vivere secondo i consigli di Dio.

 

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Venerdì, 06 Marzo 2015 13:47

Salmi

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19 salmi

L’Antico Testamento è pieno di poesia e di cantici: condottieri come Mosè, Debora e Barak celebrarono le loro vittorie con dei canti, persone comuni come Anna, la mamma di Samuele, e molti profeti della storia d’Israele misero in risalto con un cantico le loro esperienze più importanti. Non ci deve sorprendere che una fede come quella ebraica abbia ispirato una raccolta di Salmi.

Il titolo ebraico per questo libro è “Tehillim”, che significa “canti di lode”. La traduzione greca “Psalmoi”, da cui deriva il nostro “Salmi”, significa letteralmente “canti da accompagnarsi con strumenti a corda”, e le indicazioni che lasciano trasparire che dovessero essere cantati con accompagnamento sono molteplici. Tutti questi canti sono stati scritti in un arco di tempo di circa nove secoli, dall'epoca di Mosè al ritorno dell'esilio babilonese.

Questi “canti” furono composti da diversi autori.
Il nome di Davide ricorre in 73 titoli, quello di Asaf in 12, dei discendenti di Core (probabilmente musicisti esecutori appartenenti a questa famiglia) contiamo 11 composizioni. Troviamo poi altri nomi come Mosè, Salomone, Eman ed Etan.
Molti salmi sono anonimi, anche se c’è chi ritiene che alcuni di questi siano stati scritti dal re Davide.

Possiamo poi suddivedere i Salmi in salmi messianici, cioè che si riferiscono alla futura venuta del Messia e la preannunciano, salmi storici, salmi di preghiera, nei quali si trovano inviti a confessare i peccati e chiedere perdono a Dio o dove predomina l'adorazione.
I salmi che vanno dal 120 al 134 possono essere definiti come salmi di pellegrinaggio, che si ritiene fossero composti per essere cantati lungo la strada verso Gerusalemme, durante le principali feste annuali.
Ci sono poi 7 salmi detti alfabetici (25, 34, 37, 111, 112, 119, 145): si tratta di quei salmi che, nell’originale, cominciavano con la prima lettera dell’alfabeto ebraico e in cui ciascuna strofa cominciava con una successiva lettera dell’alfabeto. È come se in italiano al primo verso mettessimo una parola con la lettera a, al secondo verso una parola con la lettera b, al terzo una parola con la c, e così via. Questa forma letteraria aiutava la memorizzazione del testo.

È impossibile fare un breve riassunto del libro perché ogni salmo ha una storia a sé stante. Possiamo però sottolineare alcuni aspetti.
Prima di tutto, in gran parte dei Salmi l'attenzione è focalizzata su Dio e sul suo carattere: i Salmi sono un concentrato di teologia di profondità immensa. Essi infatti affermano che Dio è il Creatore (8:104), colui che ha il controllo su tutto in quanto Sovrano (29; 96-99). La rettitudine del suo governo (11; 75) si manifesta con la sua grandezza e benevolenza (146). La bontà di Dio (34) è inseparabile dalla sua santità (103), di cui l’altra faccia è rappresentata dalla sua ira (38); Dio è il pastore che si cura delle sue pecore (23)...  tutti questi temi saranno ripresi poi nel Nuovo Testamento da Gesù in persona prima e dai suoi discepoli poi.
In secondo luogo, alcuni salmi sono vere e proprie profezie sulla venuta di Gesù. Citiamo il 118 che contiene una predizione molto dettagliata della sofferenza di Cristo sul Calvario. Ce ne sono 18 che possono essere considerati come “salmi messianici”, perché parlano in modo particolare delle sofferenze del Messia, il Salvatore, e della sua gloria dopo la croce. Ecco l'elenco completo: 2, 8, 16, 22, 23, 24, 40, 41, 45, 68, 69, 72, 87, 89, 97, 102, 110, 118.
Queste frequenti allusioni sono importanti da rilevare perché mostrano come anche il libro dei Salmi annunci la venuta del Messia, il vero unto di Dio, Gesù Cristo.

 

19 salmi

Venerdì, 06 Marzo 2015 14:16

Giobbe

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18 giobbe

Giobbe potrebbe essere il più antico di tutti gli scritti biblici. Non possiamo affermare con certezza che l’autore di questo libro sia lo stesso Giobbe; la tradizione ebraica lo attribuisce a Mosè, ma anche Salomone viene preso in considerazione come autore (o traduttore), per via delle affinità linguistiche con i libri da lui scritti. In realtà, tali affinità posso essere spiegate con il fatto che, trattandosi di un libro molto antico, esso sia divenuto un modello linguistico e letterario per l'intera letteratura successiva.

Il prologo e l’epilogo del libro sono in prosa. La parte principale, suddivisa in tre cicli di dialoghi, è scritta invece in forma poetica.

Il tema del libro è la sofferenza, ed in particolare la domanda sul perché Dio permetta le sofferenze del giusto.

La storia è ambientata nel “paese di Uz”, che dovrebbe collocarsi nei dintorni del territorio di Edom, cioè nella parte meridionale dell’attuale Giordania.All’inizio del libro, Giobbe è molto ricco: possiede tanto bestiame, molti servi ed ha anche una famiglia numerosa.Satana riceve da Dio il permesso di provare la sua fede, così, in un primo momento gli toglie tutti i beni, poi lo priva dei suoi figli. Non essendo ancora riuscito ad incrinare la fede di Giobbe, Satana chiede ed ottiene in seguito l’autorizzazione a colpire anche il suo corpo.

Degli amici vengono a consolarlo, ma le loro argomentazioni circa le motivazioni delle prove di Giobbe aggravano le sue sofferenze, tanto che egli li definisce “consolatori molesti” (16:2). Inizia così una discussione tra Giobbe e i suoi tre amici che si basano sull’idea che la sofferenza è sempre e necessariamente conseguenza del peccato. Giobbe non afferma mai di essere un uomo perfetto, ma rifiuta con decisione il loro giudizio e non riesce a capire l’apparente durezza di Dio nei suoi confronti.

Eliu, un quarto amico fino ad allora rimasto silenzioso, propone di dibattere la questione partendo da una base differente. Invece di considerare le sofferenze degli uomini unicamente come castigo del peccato, Eliu ritiene che esse fortifichino e purifichino l'uomo. Non sono quindi espressione della collera di un Dio implacabile, ma una correzione inflitta amorevolmente. La tesi di Eliu fa di lui un messaggero del Signore; egli prepara l’intervento divino ed apporta un argomento che Giobbe può prendere in considerazione e addirittura accettare (capitoli 32-37).

Infine, Dio prende la parola e mostra a Giobbe che la conoscenza umana è troppo limitata per spiegare in maniera soddisfacente il mistero dei propositi divini. Giobbe e i suoi amici avevano dimenticato che Dio è il Vasaio e noi non siamo altro che creta nelle Sue mani. Per questo Dio li riprende. Giobbe riconosce subito il suo peccato umiliandosi davanti al Signore (38:1-42:6).

La fede di Giobbe trionfa su tutte le prove ed egli finisce con il recuperare la sua antica prosperità ed anche di più.

Tutti i personaggi umani del dramma parlano senza sapere nulla delle insinuazioni di Satana contro la fede di Giobbe, di cui si narra nel prologo, e del fatto che Dio gli avesse dato il permesso di provare con i fatti le sue accuse. Alla luce del prologo, le sofferenze di Giobbe appaiono non come il risultato di una condanna divina contro di lui, come i suoi amici avevano cercato di sostenere, ma come prova della fiducia di Dio in lui, che durante tutta la narrazione non vacillerà mai, anzi, continuerà a chiamare Dio il suo Redentore. Ti invitiamo a leggere a proposito l'approfondimento Giobbe e il suo Redentore.

Il libro di Giobbe costituisce un eloquente esempio del fatto che la mente umana è incapace di comprendere appieno la complessità del problema della sofferenza. Ma nel considerare il problema del male, non dobbiamo mai mettere in dubbio la bontà di Dio, per non sviluppare degli atteggiamenti sbagliati nei confronti della sua sapienza e del suo amore per noi.

 

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Giovedì, 19 Febbraio 2015 15:11

Ester

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Gli eventi narrati nel libro di Ester si collocano cronologicamente tra il libro di Esdra e quello di Neemia.

L’autore del libro è sconosciuto, così come la data di stesura, anche se possiamo desumere che sia stata scritta dopo il 465 a.C. (anno di morte del re Assuero, identificato con Serse I, monarca persiano di cui si parla nel racconto). Lo scrittore era un buon conoscitore dei costumi di corte e della situazione storica del V secolo, dunque oltre ad aver vissuto in Persia, deve essere stato un testimone oculare di quanto racconta. Ciro, il fondatore dell’impero persiano, ben noto per il suo atteggiamento generoso nei confronti dei popoli conquistati, dopo aver conquistato Babilonia nel 539 a.C, permise agli Ebrei di ritornare a Gerusalemme.

La storia racconta di Aman, potente principe alla corte del re Assuero, e del suo malvagio proposito di distruggere tutti gli Ebrei viventi sul territorio persiano, per vendicarsi di Mardocheo, un ebreo che aveva rifiutato di prostrarsi al suo passaggio.

In una tale crisi, era necessario un intervento provvidenziale, che arrivò per mezzo di Ester, una giovane ebrea scelta dal re quale regina e che era nipote di Mardocheo, il quale l'aveva adottata come figlia e cresciuta sotto la sua tutela. Benché Dio non venga mai nominato direttamente, l'intero libro è completamente permeato della sua divina provvidenza.

Il re Assuero, dopo aver bevuto abbondantemente in uno dei suoi banchetti, ordinò che la regina Vasti si presentasse agli ospiti per mostrare la sua bellezza. La regina rifiutò l’invito scatenando l’ira del re che, su consiglio dei cortigiani, ne ordinò la deposizione. Per sostituirla fece cercare nel suo regno una giovane di grande bellezza e, tra le ragazze selezionate, fu scelta Ester.

La scelta arrivò proprio in un momento critico per gli Ebrei, quello del complotto di Aman.

Usando come pretesto le leggi e le usanze particolari degli Ebrei, Aman aveva ottenuto di pubblicare, a nome del re Assuero, un decreto che autorizzava l’uccisione di tutti gli Ebrei e il saccheggio dei loro beni in una data ben precisa.

Mardocheo, allora, sollecitò Ester a intervenire in favore del suo popolo.

In precedenza, egli aveva sventato una congiura ai danni del re. I due cospiratori, dopo le opportune indagini e verifiche dei fatti, erano stati giustiziati, l’episodio registrato, ma l’azione di Mardocheo era poi finita nel dimenticatoio.

Nella notte decisiva della storia raccontata nel libro di Ester, il re, che non riusciva a prendere sonno, ordinò che gli si leggesse il libro delle Memorie. In tal modo, venne a sapere che il servizio resogli da Mardocheo non era mai stato ricompensato. Il re allora dispose che egli ricevesse una ricompensa pubblica e, per suo ordine, Mardocheo attraversò le vie della città vestito con abiti regali, sul cavallo del re e preceduto dalla persona più importante della corte: Aman.

Mediante una serie di imprevedibili circostanze, alla fine, Aman fu vittima del suo stesso complotto. Ester comunicò al re il piano malvagio del suo dignitario e, siccome non era possibile abrogare l’editto con il quale si ordinava la distruzione degli Ebrei, la regina ottenne che essi potessero difendersi dall’attacco dei loro nemici.

Il popolo ebraico fu salvo e Mardocheo ricevette la più alta carica dello stato dopo il re, al posto di Aman. Tale miracoloso capovolgimento di una situazione disperata fu celebrato in tutto l’impero persiano, ed è ancora oggi ricordato ogni anno dagli Ebrei in ogni parte del mondo, con una festa chiamata Purim.

Non sappiamo come e quando morì la regina Ester, ma è certo che le circostanze della sua vita contribuirono alla sopravvivenza del suo popolo.

Con il libro di Ester si conclude la parte storica dell’Antico Testamento.

 

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Martedì, 27 Gennaio 2015 08:57

Neemia

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Questo testo appartiene al gruppo dei libri storici dell'Antico Testamento e costituisce il proseguimento del libro di Esdra.
I libri di Esdra e Neemia sono strettamente collegati: mentre il primo racconta soprattutto la ricostruzione del tempio in seguito all’editto di Ciro, il secondo riporta la storia della ricostruzione delle mura di Gerusalemme, conformemente al decreto di Artaserse, re di Persia. Le parole chiave del libro sono “riedificazione” e “preghiera”. L'intero libro è ricchissimo di preghiere: ogni momento per Neemia era buono per elevare una preghiera a Dio ed è un ottimo esempio di come la fede ci porti a confidare totalmente e costantemente nell'aiuto divino in ogni circostanza.

Si pensa che l’autore sia lo stesso Neemia, infatti la narrazione si svolge in prima persona ed è ricca di annotazioni personali, memorie e preghiere che mettono a nudo il pensiero e i sentimenti dell’autore.
La redazione del testo può essere collocata intorno alla seconda metà del V secolo a.C.

Il contesto storico nel quale Neemia si trovò ad operare era abbastanza particolare: dopo la conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 597 a.C., parecchie migliaia di Israeliti erano stati deportati a Babilonia e in altre città della Mesopotamia. L’impero babilonese crollò definitivamente, ad opera dei Persiani, nel 539 a.C. Il re persiano Ciro si dimostrò indulgente verso i popoli sottomessi e gli Ebrei, che con il precedente regime erano stati costretti a lasciare la propria terra, poterono tornare in patria.
Zorobabele, discendente del re Davide, guidò il primo gruppo di Ebrei a Gerusalemme e diede inizio alla costruzione del tempio.
Circa sessant'anni dopo la costruzione del tempio, per ordine del re Artaserse, un secondo gruppo tornò sotto la guida di Esdra, uno scriba esperto nelle Sacre Scritture. L’incarico affidato a Esdra era di trasportare a Gerusalemme gli utensili per il servizio nel tempio e informarsi sulle condizioni di vita degli Ebrei già rientrati nel paese all’epoca di Zorobabele.
Dodici anni dopo la spedizione di Esdra, Neemia ricevette il permesso da Artaserse di recarsi a Gerusalemme per ricostruirne le mura.
Nel lungo periodo che intercorse tra il primo e il secondo rimpatrio, una giovane ebrea, Ester, divenne regina di Persia, perché fu scelta come moglie dal re Assuero, più conosciuto come Serse.
È probabile che Ester fosse ancora viva ed influente a palazzo, quando sia Esdra che Neemia si recarono a Gerusalemme.
In qualche modo, la presenza di una regina ebrea alla corte di Persia, portò un contributo per sensibilizzare il regno persiano alla causa di Israele.


Neemia era coppiere del re Artaserse, una mansione di fiducia che gli permetteva di stare quotidianamente alla presenza del sovrano, verificando che il vino che gli veniva servito non fosse avvelenato.
Un giorno, il re notò la tristezza sul volto di Neemia e gliene chiese la ragione. Dopo una silenziosa e breve preghiera rivolta al suo Dio, Neemia rispose che Gerusalemme, la città dei suoi antenati, era in rovina e che lui desiderava andare a ricostruirne le mura. Il re gli accordò il permesso, gli diede una scorta di cavalli, lettere di presentazione per i governatori dei vari distretti che doveva attraversare e lo nominò governatore della Giudea.
Investito da tale carica, una volta arrivato a Gerusalemme si diede subito da fare per l’opera di ricostruzione. I notabili ebrei s’impegnarono a costruire ognuno una parte delle mura.
Neemia venne accusato di ribellione contro il re di Persia, ma quelle false accuse crollarono presto.
Le mura vennero ultimate dopo 52 giorni, circa settant'anni dopo la costruzione del tempio. In seguito, un decimo della popolazione si trasferì in città per viverci e furono organizzati il governo ed i servizi del tempio.
Neemia si dedicò all’insegnamento delle Sacre Scritture e la sua opera fece sorgere un forte senso di pentimento tra il popolo, provocando un grande risveglio spirituale.
Al capitolo 9 leggiamo la confessione dei peccati che il popolo fece davanti a Dio, seguita dalla preghiera dei Leviti che metteva in risalto la grazia costante di Dio verso il suo popolo. A seguito di tutto ciò, il popolo rinnovò solennemente il patto con Dio.

Dopo aver governato Giuda per 12 anni, Neemia tornò in Persia. Ottenuto un nuovo permesso, ritornò a Gerusalemme per continuare la sua opera di ricostruzione. Questa volta si trattò più di una restaurazione di carattere morale, per insegnare al popolo ad abbandonare le infedeltà e ricominciare invece ad osservare la Parola di Dio. Infatti, durante la sua assenza, tra il primo e il secondo mandato come governatore, erano sorti dei forti disordini tra il popolo. Al suo ritorno Neemia punì i colpevoli e ristabilì il culto nel tempio di Gerusalemme.
Nulla sappiamo sulla fine dei suoi giorni, probabilmente ricoprì fino alla morte la carica di governatore della Giudea.

 

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Martedì, 20 Gennaio 2015 08:42

Esdra

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Esdra era un discendente di Aaronne, e apparteneva quindi alla linea sacerdotale. Se a Gerusalemme ci fosse stato ancora un tempio, probabilmente Esdra vi avrebbe servito come sacerdote, ma il tempio era stato bruciato e distrutto e il popolo si trovava in esilio a Babilonia. Era uno scriba, cioè un esperto della legge di Mosè; non potendo svolgere il servizio di sacerdote, impiegava il suo tempo per studiare la Parola di Dio e, al momento del ritorno degli Ebrei dall'esilio babilonese, fu in grado di servirsi di quanto aveva imparato nei suoi studi. Fu un grande riformatore che riuscì a fortificare il popolo rivalutando l’importanza delle Sacre Scritture (vedi libro di Neemia, capitolo 8).

Aveva capito che quei rotoli, che qualche sacerdote aveva portato con sé durante l’esilio, contenevano parole di portata eterna, principi divini che spiegavano il vero senso della vita. Perciò si dedicò con tutto il cuore allo studio della Parola di Dio. Non fu sicuramente facile per lui, come non è facile per noi dedicarci allo studio in modo serio e diligente, ma ci mise tutto il suo cuore!
Non solo si dedicò allo studio, ma anche alla pratica di ciò che aveva compreso. Perché è la pratica che fa la differenza!
Esdra si spinse oltre, dedicandosi anche ad insegnare ad altri quello che aveva imparato. Capiva che era estremamente importante trasmettere le verità che ricavava dalle Scritture, alla nuova generazione, che, altrimenti, si sarebbe privata degli insegnamenti essenziali per una vita soddisfacente e per realizzare il progetto di Dio.
Il tema del libro di Esdra è infatti la Parola di Dio, le parole chiave si trovano in 9:4 e 10:3:

«tremavano alle parole del Dio d'Israele.»

La storia narrata non è altro che il compimento della profezia di Geremia: Dio, attraverso la voce del suo profeta, non solo aveva preannunciato che gli Ebrei sarebbero tornati dall’esilio, ma aveva detto anche che ciò sarebbe avvenuto dopo 70 anni (Geremia 25:11-12; 29:10).


Il libro di Esdra può essere suddiviso principalmente in due parti: il ritorno di circa cinquantamila prigionieri da Babilonia, guidati da Zorobabele, nei primi sei capitoli, e la storia di Esdra nei capitoli dal 7 al 10. Il re di Persia, Artaserse, riconosciuta la saggezza di Esdra (7:25), gli aveva affidato l’incarico di tornare a Gerusalemme con gli utensili per il servizio nel tempio e informarsi sulle condizioni di vita degli Ebrei già rientrati nel paese circa ottant'anni prima. Egli non chiese al re una scorta armata per difendere gli Israeliti dal nemico durante il viaggio (capitolo 8), perché la considerava una mancanza di fede verso Dio. Così, dopo aver pregato per la protezione durante il viaggio, Esdra e il gruppo degli esuli che lo seguiva si misero in cammino. Al suo arrivo a Gerusalemme, egli venne a sapere che il popolo aveva trasgredito la legge e molti avevano sposato donne pagane, lasciandosi trascinare nei loro riti. Esdra, allora, intervenne con molta energia: la sua commovente confessione davanti a Dio a nome del suo popolo, riportata al capitolo 9, suscitò il sincero pentimento nella comunità e si riuscì a ristabilire un certo ordine nel popolo.

 

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Martedì, 20 Gennaio 2015 08:23

Primo e Secondo libro delle Cronache

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Nelle Cronache i fatti descritti nei libri di Samuele e dei Re vengono raccontati con maggiori dettagli e Dio, come ispiratore della Sacra Scrittura, enfatizza dei particolari che considera importanti.

Nei libri delle Cronache, la storia che va Da davide alla deportazione a Babilonia è vista sotto un nuovo punto di vista: nei libri dei Re, il centro era il palazzo reale, nelle Cronache, invece, il centro è il tempio. I libri dei Re riportano la storia politica della nazione, mentre quelli delle Cronache ne riportano la storia sotto un profilo più legato alla religione.
È probabile che le Cronache siano state scritte da Esdra, in quanto presentano una sorprendente somiglianza di stile e di linguaggio col libro che porta il suo stesso nome.

Nel primo libro delle Cronache troviamo lunghe tavole geneaoliche per i primi 9 capitoli, poi l'accento si sposta sulla storia di Davide e sul suo desiderio di realizzare il tempio.

I primi nove capitoli del secondo libro sono dedicati al regno di Salomone, alla cui morte salì al trono il figlio Roboamo. Fu la stupidità di Roboamo a causare la divisione del regno israelita, che si divise in regno del Nord (chiamato anche Israele e composto da dieci delle dodici tribù) e regno del Sud (chiamato anche Giuda e formato essenzialmente dalle due tribù di Giuda e Beniamino).
Dio mette l'enfasi sul regno di Giuda, perché da Davide, appartenente a questa tribù, possiamo tracciare l'intera linea genealogica che porta a Gesù Cristo.
In questa parte della storia nazionale, troviamo cinque periodi di “risveglio” della nazione, sui quali le Cronache si soffermano: come abbiamo già detto la storia è presentata focalizzando sull'aspetto religioso, e viene messo in risalto come Dio interviene con decisione sulla situazione del popolo.
Nabucodonosor diventa l'artefice del giudizio di Dio su Israele e la deportazione durerà 70 anni. Il secondo libro delle Cronache si chiude con un colpo di scena: un re persiano, Ciro, riconosce la sovranità di Dio, con un editto fa proclamare per tutto il regno che Dio stesso gli ha detto di ricostruirgli il tempio e mette in condizione coloro che appartenevano al regno di Israele e di Giuda di ritornare alle loro terre.

 

13 primocronache

 

14 secondocronache

Mercoledì, 14 Gennaio 2015 15:08

Primo e Secondo libro dei Re

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Sebbene l'autore sia sconosciuto, sappiamo che i due libri dei Re sono stati scritti prima della distruzione del primo tempio. La tradizione attribuisce l'opera a Geremia, mentre alcune scuole moderne ai "profeti" in modo generico.

Il tema di questi due libri dei Re si trova nell'espressione che ricorre nove volte in 1 Re:

«Come Davide suo padre.»

In altre parole, noi stiamo seguendo la linea di discendenza reale di Davide, e ciascun re fu valutato sul modello da lui costituito. Quello di Davide era un modello umano e non sempre tanto elevato, eppure vediamo che molti re non riuscirono a raggiungerlo. Nonostante gli esempi positivi dati da alcuni sovrani, questa parte della Scrittura, nel complesso, descrive il declino e il fallimento del regno di Israele: infatti in 1 Re troviamo la storia della divisione del regno e in 2 Re quella del suo collasso.

1 e 2 Re sono, in realtà, la continuazione del racconto cominciato in 1 e 2 Samuele. Questi quattro libri possono essere considerati come un tutt'uno, in quanto tracciano la storia della nazione di Israele dal tempo della sua grande espansione, influenza e prosperità sotto Davide e Salomone fino alla divisione, alla cattività, all'esilio delle popolazione di entrambi i regni (regno del Nord, o regno di Israele, e regno del Sud, o regno di Giuda).

I libri dei Re mostrano la penetrazione dell'idolatria nel regno di Israele, ma anche come Dio non mancasse di far conoscere il suo volere al suo popolo. Con la forza di un ciclone, il profeta Elia arrivò improvvisamente sulla scena del regno di Acab e mise alla prova i profeti del dio pagano Baal: ottocento profeti invocavano il loro dio, ma non accadde niente. Quando Elia pregò Dio, invece, ecco che si manifestò un fuoco dal cielo che bruciò l'olocausto preparato sull'altare e completamente bagnato. Dio è ancora oggi pronto a rispondere a chi lo invoca.

Il secondo libro dei Re si apre con il rapimento in cielo di Elia da parte del Signore e l'investitura come profeta del suo discepolo Eliseo, che compì diverse opere potenti e parlò per conto del Signore. La sua storia si intreccia con quella di diverse persone, forse la più importante e significativa è quella di Naaman. Capitano dell'esercito siro, era un uomo valoroso ed onorato, che purtroppo aveva contratto la lebbra: tramite una sua serva ebrea venne a sapere dell'esistenza di Eliseo e lo mandò a chiamare. Convinto che il profeta si sarebbe presentato al suo cospetto, vide invece arrivare un servitore che gli recapitava questo messaggio: «Tuffati sette volte nel Giordano e sarai guarito.» Naaman dovette spogliarsi del suo orgoglio e fare il semplice gesto di ubbidire alla parola del profeta, e fu completamente guarito.

Poco dopo salì al trono il re Ioas, ricordato per il desiderio profondo di restaurare il tempio. Ma, nonostante spiritualmente il popolo si fosse risollevato durante il suo regno, tutto ciò fu solo transitorio e Israele ricominciò a decadere anche politicamente, tant'è che in breve tempo il popolo fu deportato in cattività. È una storia tragica: il popolo eletto, che doveva essere una luce per tutti i popoli, per un periodo di circa duecento anni sprofondò sempre più nell’infedeltà e nella degradazione morale finché cadde sotto il giudizio di Dio e fu deportato dai nemici assiro-babilonesi. Il regno del Nord fu distrutto, ma la sua esperienza non servì a quello del Sud, che finì con il commettere gli stessi errori.

Fra i re che si susseguirono, praticamente nessuno dimostrò timor di Dio. Una eccezione a quella escalation di malgoverno fu costituita da Giosia: durante i lavori di restauro del tempio, egli ritrovò i rotoli della legge e, leggendoli, si rese conto di quanto sia lui stesso che il popolo fossero mancanti davanti a Dio. Fu la lettura della Parola di Dio, che a quel tempo consisteva soltanto nel pentateuco, che produsse il ravvedimento. Ma, sebbene sotto il regno di Giosia sembrasse che la situazione potesse prendere una piega diversa, i re successivi si rivelarono pessimi e Dio arrivò a non tollerare più l'iniquità del popolo. Usò la nascente Babilonia per fare imprigionare e portare lontano una parte del popolo dalla terra che Lui stesso gli aveva assegnato, ma nonostante ciò, la rimanenza della popolazione non si pentì e indurì il suo cuore. A quel punto, Nabucodonosor rase al suolo la città di Gerusalemme, distrusse il tempio e lo saccheggiò.

 

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Martedì, 30 Dicembre 2014 09:18

Primo e Secondo libro di Samuele

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Questi due libri sono intitolati a Samuele, ultimo giudice d’Israele, che visse attorno all’anno 1000 a.C. Fu lui che, come profeta di Dio, conferì l’unzione regale a Saul e, dopo di lui, a Davide. Samuele segna, dunque, l’istituzione della monarchia e la fine del periodo dei giudici.

La storia di Samuele si trova nel primo libro, di cui è considerato l’autore fino al capitolo 25; probabilmente furono i profeti Natan e Gad, che vissero all’epoca di Davide, a completare la stesura dell'opera.
Il racconto è affascinante, con tre personaggi principali: Samuele, Saul e Davide, le cui storie si intrecciano e si sovrappongono.
Le vicende raccontate all’inizio del primo libro di Samuele si riferiscono al tempo dei Giudici. Erano passati più di quattrocento anni dalla conquista di Canaan, e come si può leggere nel libro dei Giudici, il popolo si trovava in una condizione di degenerazione. La decadenza morale e spirituale del popolo era il riflesso del declino del sacerdozio.
Ai tempi del sacerdote Eli, la parola di Dio era “rara” come leggiamo in 3:1. Non c’erano uomini degni a cui Dio potesse affidare il suo messaggio, allora il Signore si rivolse a un bambino, il piccolo Samuele, che era pronto ad ascoltare. Dio si rivelò a lui e tutto Israele gli riconobbe questo privilegio (3:20-21).
In quel periodo buio della storia d’Israele, sotto la minaccia dei vicini Filistei, Samuele fu l’unico ad ascoltare e trasmettere il messaggio del Signore.
Al capitolo 8 troviamo l'inizio del racconto della nascita del regno d'Israele. L’avvento della monarchia segnò una nuova fase della storia di Israele, che sarebbe durata oltre quattro secoli.
Il popolo cominciò a chiedere un re, mentre Samuele cercava invano di far capire loro che, così, stavano respingendo Dio - ricordiamo che fino ad allora sul popolo di Israele vigeva la teocrazia, il regno di Dio-.  il Signore comunque, accettò la loro richiesta e il profeta fu incaricato di ungere un re.
Fu scelto Saul, della tribù di Beniamino, un uomo alto, di bell’aspetto ed umile, che iniziò brillantemente il suo regno ottenendo una vittoria sugli Ammoniti.
Purtroppo l’umiltà di Saul fu sopraffatta dal suo orgoglio: l’impazienza nell’attendere la guida divina e la disubbidienza danneggiarono il suo rapporto con Dio.
Al capitolo 16 leggiamo di come Samuele, per ordine di Dio, andò a cercare Davide e lo unse re.
Quella dell’unzione era un’usanza di carattere sacro in Israele e riguardava tre categorie di persone: i sacerdoti, i re e i profeti. Il gesto dell’unzione voleva dire che il destinatario doveva svolgere un servizio per Dio.
Davide era un semplice pastore, di bell’aspetto e molto coraggioso, amava la musica ed era fedele al suo Dio. Al capitolo 17, leggiamo come il suo coraggio e lo zelo per Dio si manifestarono pubblicamente con la vittoria riportata su Golia, un guerriero filisteo dallo statura gigantesca.
Al capitolo 18, vediamo come Davide diventò oggetto della gelosia e dell’odio di Saul e fu costretto a fuggire.
Nei capitoli successivi fino al 30, vengono raccontati gli anni di sofferenza e di privazioni in cui la sua fede fu messa a dura prova.
Durante il periodo in cui dovette fuggire e nascondersi, il timor di Dio non venne meno in Davide, che per ben due volte risparmiò la vita a Saul, sapendo che la vendetta per tutto quello che stava subendo non gli apparteneva.
Poi, però, la fede di Davide cominciò a vacillare ed egli si rifugiò presso i Filistei, rendendosi anche colpevole del massacro di vittime innocenti. In quel periodo, egli non agì giustamente e fece, a volte, delle scelte sicuramente poco opportune.
Nel capitolo 31 di 1 Samuele, i Filistei attaccarono l’esercito di Saul, causando anche la morte in battaglia del re e di suo figlio Gionatan. Davide ne fu profondamente addolorato, anche e soprattutto per la forte amicizia che lo legava a Gionatan.
Con questi avvenimenti si conclude il primo libro di Samuele.

Il regno di Davide costituisce l’argomento principale del secondo libro di Samuele.
Il primo libro raccontava di Davide perseguitato e fuggiasco; il secondo lo mostra come re di Giuda per sette anni (capitoli 1-4) e poi di tutto Israele, per trentatre anni.
Il Signore condusse il suo servo Davide di vittoria in vittoria (capitolo 5), pur continuando a correggerlo e ad ammaestrarlo (capitoli 6-10).
Nel capitolo 11, dopo tante vittorie arrivò una sconfitta, ma non si trattò di una sconfitta militare o politica, bensì di una sconfitta morale. Davide fu protagonista di una triste storia di adulterio, che cercò di nascondere organizzando addirittura un omicidio. Egli aveva però trascurato un particolare: Dio vede tutto. In Ebrei 4:13 leggiamo che

«tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto.»

Dio conosce ogni cosa e dobbiamo rendergliene conto. Davide confessò il suo errore e ritrovò la comunione perduta con il suo Dio (12:13, Salmo 32:51).
Però, le amare conseguenze, nella vita di Davide e nella sua famiglia, non avrebbero tardato ad arrivare: lacrime, lutto, omicidi e aperta ribellione avrebbero segnato le pagine della sua storia.
Davide fu costretto a fuggire da suo figlio Absalom, autore di un colpo di stato. In questi capitoli burrascosi, dal 15 al 20, leggiamo come Davide riconquistò a poco a poco il terreno perduto in Israele, ristabilendo l’unità della nazione.
I capitoli conclusivi sono tutti pervasi da un clima di trionfo: sono registrati atti eroici e gloriose vittorie ottenute grazie alla devozione di soldati fedeli. Infine, il capitolo 24 è dedicato ad un grave avvenimento alla fine del regno di Davide. Spinto dall’orgoglio, il re ordinò un censimento, contro l'esplicito volere di Dio: il castigo non si fece attendere e Dio lo mise alla prova, come, a suo tempo, aveva fatto con Abramo. C’è una stretta analogia tra i due racconti: sul monte Moriah, dove Abramo aveva offerto Isacco al Signore, Davide offrì un olocausto. Nello stesso luogo dove Dio aveva rinnovato ad Abramo le sue promesse, Davide ottenne la conferma del patto divino. E sempre in quello stesso luogo, suo figlio Salomone avrebbe costruito il Tempio (2 Cronache 3:1).
Alla fine di 2 Samuele, Davide è arrivato alla fine della sua corsa.
Gli ultimi giorni della sua vita saranno poi raccontati nei primi due capitoli del primo libro dei Re, mentre la sua opera sarà continuata da Salomone, che Dio eleverà a una gloria senza precedenti nella storia d’Israele.

 

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