Paolo scrisse la Lettera ai Filippesi mentre si trovava a Roma; è infatti una delle lettere scritte dalla prigionìa.
L’origine della chiesa di Filippi è descritta dettagliatamente in Atti degli Apostoli 16 (12-40). La prima a nascere in Europa, essa venne fondata verso il 51 d.C., durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L’apostolo decise di andare a Filippi in seguito ad una visione, nella quale vide un macedone che gli diceva: «Passa in Macedonia e aiutaci». Paolo ed i suoi collaboratori cambiarono allora i propri programmi e decisero di recarsi in Macedonia. La prima persona a convertirsi fu Lidia, una donna ricca e distinta. Sebbene fosse di origine pagana, era stata attratta dalla religione ebraica ed era timorata di Dio. Quando sentì predicare Paolo, credette in Gesù Cristo e fu battezzata con la sua famiglia. In seguito, Paolo e Sila furono arrestati con una falsa accusa e fu in quell'occasione che il soldato di guardia alla prigione dove essi erano detenuti si convertì con la sua famiglia. Così venne a formarsi il primo nucleo della comunità cristiana.

Ora qualche cenno sulla città di Filippi. La storia e il nome della città sono collegati con Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, che la fece ingrandire e fortificare intorno all’anno 360 a.C. Situata in una regione fertile e ricca di sorgenti, nella parte settentrionale di quella che oggi conosciamo come Grecia, era nota per le sue miniere d’oro. Distrutta dalle guerre, fu ricostruita dall’imperatore Augusto, che ne fece una colonia romana, con tutti i privilegi che un municipio di provincia potesse ottenere. Era abitata prevalentemente da romani, ma c’erano anche macedoni, greci e alcuni ebrei. I suoi abitanti erano fieri di essere cittadini romani.

La scelta di Filippi come luogo di lancio del Vangelo in Europa era conforme alla strategia missionaria di Paolo, il quale, infatti, sceglieva località importanti come trampolini di lancio da cui la Buona Notizia si sarebbe potuta propagare.

Quale motivo spinse Paolo a scrivere la lettera ai cristiani di Filippi?

L’apostolo desiderava confermare di aver ricevuto il dono in denaro che essi gli avevano inviato per mezzo di uno dei membri della chiesa, Epafròdito. Paolo fu profondamente toccato dalla loro generosità, anche perché ilmessagggero dei Filippesi aveva rischiato di perdere la vita durante il viaggio (2:25-30; 4:18); quando Epafrodito si riprese, Paolo lo rimandò a Filippi, insieme a Timoteo, con questa bellissima lettera. Le particolari attenzioni che continuamente i cristiani di Filippi mostravano all’apostolo furono per lui sempre motivo di consolazione. Non ci stupiamo quindi che il suo scritto sia carico di affetto e che, in altre occasioni, l’apostolo abbia lodato questi credenti con parole di alta stima (2 Corinzi 8:1-6).

In questo scritto, una caratteristica emerge sulle altre: la gioia che lo permea in tutte le sue parti. La sua lettura è davvero incoraggiante: “gioia” e “rallegrarsi” sono le parole più frequenti.

Vediamo, ad esempio, che l’apostolo gioisce nella preghiera (1:4) e dei risultati delle sue fatiche (4:1), gioisce nel sapere che il Vangelo è predicato (1:18), gioisce nella sofferenza anche se questa dovesse condurre alla morte (2:17). Egli esorta i suoi lettori a rallegrarsi nel Signore (3:1, 4:4). Vuole che essi abbiano la gioia della fede (1:25), la gioia della comunione fraterna (2:28) e che, come lui, si rallegrino anche nella prova e nella sofferenza (1:29).

È impressionante notare come l’autore sia capace di gioire, e incoraggiare alla gioia, in un momento tanto difficile della sua vita. Paolo era prigioniero di Nerone, le sue parole non provenivano dalla pace e dalla tranquillità di una vacanza al mare. Al contrario, chi scriveva stava aspettando una sentenza che avrebbe potuto significare la sua morte.  Paolo sapeva gioire perché era consapevole che la sua unione con Cristo non dipendeva dalle circostanze più o meno favorevoli.

Ecco un riassunto del contenuto della lettera:

Dopo i saluti, Paolo ringrazia Dio per i Filippesi, ricorda la sua costante preghiera per loro, dà alcune notizie sulla sua prigionia, poi racconta le sue esperienze di prigioniero. Esorta i Filippesi a vivere in modo degno del Vangelo di Cristo, seguendo il suo esempio di umiltà. Nel capitolo 2 troviamo la sublime dichiarazione dell’umiltà del Signore Gesù, seguita dalla glorificazione. Questo è il punto in cui la lettera raggiunge il suo apice. Dopo un intermezzo in cui parla di Epafròdito e Timoteo, Paolo racconta il suo passato di persecutore, la sua esperienza nella vita cristiana e invita i Filippesi a stare in guardia verso quelli che insidiano il loro cammino.

L'apostolo conclude con un appello all’unità della Chiesa e dei consigli su come sentire, pensare e agire. Ringrazia i Filippesi per la rinnovata generosità e chiude con i saluti e una benedizione.

50 filippesi

 

 

39 malachia

 

38 zaccaria

Il nome Sofonia in ebraico significa: "Il Signore ha protetto, ha nascosto", nel senso di “custodito”. Contrariamente agli altri profeti, che di solito menzionano solo il padre, Sofonia fa risalire i suoi progenitori fino alla quarta generazione,informandocidi essere diretto discendente di un Ezechia che potrebbe essere stato il re di Giuda (ma non si hanno certezze su questo). Le circostanze in cui Sofonia fu chiamato a profetizzare erano al tempo stesso pericolose e incoraggianti. Durante il lungo regno di Manasse (il cattivo figlio del buon re Ezechia che regnò fra il 696 e il 642 a.C.), lo stato morale e religioso di Giuda si era tristemente deteriorato. Sebbene godesse di una certa indipendenza, il regno di Giuda era a tutti gli effetti un suddito dell’impero assiro. Manasse si era opposto al risveglio religioso che aveva caratterizzato il regno di suo padre. Aveva riedificato gli altari che Ezechia aveva abbattuto e restaurato il culto legato al dio Baal, così superstizione, adorazione degli astri e sacrifici umani erano entrati a fare parte della vita religiosa. Ci fu però una svolta nella vita di Manasse: prima di morire, infatti, egli si pentì di questo suo atteggiamento e «si umiliò profondamente davanti al Dio dei suoi padri» (2 Cronache 33:12-19). Il figlio Amon gli succedette al trono. Nel suo breve regno, durato appena due anni, non mostrò nessun desiderio di respingere l’idolatria che si era radicata durante il regno di suo padre, ed infine, i suoi servitori organizzarono una congiura, assassinandolo nel palazzo reale (2 Re 21:19-24). È evidente che le cattive attitudini di questi due regni non avevano ottenuto il sostegno di tutto il popolo. Ancora una volta una minoranza non si era piegata alla malvagità dei propri re, sperava in tempi migliori e lavorava in vista di essi. Quando Giosia, figlio di Amon, ascese al trono nel 640 a.C., c’erano alcuni che non si erano dati all'idolatria, così Sofonia e il re Giosia riuscirono a guidare il popolo verso una riforma religiosa. Per l’atmosfera che si respira nel libro, si può pensare che Sofonia abbia profetizzato durante il primo periodo del regno di Giosia, quello cioè che precede la riforma. È possibile che Sofonia risiedesse a Gerusalemme, come si può dedurre dai precisi riferimenti a specifiche zone della città, riferimenti che potevano essere possibili soltanto da chi la conosceva bene (cfr. 1:4,10,11,12). Tra le vie della capitale, egli osserva gente che ricorre alla violenza ed alla frode, che pratica l’idolatria e mostra scetticismo nei confronti di Dio. Dunque un tempo di degrado religioso, morale e sociale. Sofonia viene chiamato da Dio ad avvertire il popolo riguardo al giudizio che si sarebbe abbattuto su di loro e ad incoraggiare quella minoranza che, pur subendo oppressione e maltrattamenti, non aveva rinnegato il Signore, e lo fa usando un linguaggio incisivo, toccante, caratterizzato da immagini vivaci.

Nel testo si possono distinguere tre temi principali. Al capitolo 1 è preannunciato il giudizio, che sarà terribile e universale; al capitolo 2 il ravvedimento è indicato come sola via di salvezza; al capitolo 3 troviamo una nota di speranza: al giudizio seguirà la benedizione. La sezione del capitolo 3 dai versetti 9 al 20 è diversa da ciò che precede. È come la calma dopo la tempesta; Sofonia prevede i giudizi che cadranno sul regno di Giuda e annuncia che avranno un effetto benefico: il popolo di Dio diventerà oggetto di lode fra le nazioni (versetti 19-20), le quali invocheranno il Signore (3:9).

Sofonia, insieme agli altri profeti dell’Antico Testamento, ci trasmette l'eterno messaggio di Dio, cioè la notizia che Dio vuole salvare il suo popolo e tutti coloro che lo invocheranno. Il Vangelo getta maggiore luce su questo messaggio e scopriamo che la salvezza a noi offerta è costata tanto a Dio. Nel Vangelo di Giovanni, leggiamo che Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unico Figlio. Un prezzo così alto deve farci riflettere su quanto Dio sia interessato alla nostra salvezza. Per usare le parole di Sofonia, possiamo dire che Egli ci mette tutta la sua potenza. Sentiamo la toccante descrizione che ci offre il nostro profeta: «Il SIGNORE, il tuo Dio, è in mezzo a te come un potente che salva», e poi aggiunge: «egli si rallegrerà con gran gioia per causa tua;si acquieterà nel suo amore, esulterà, per causa tua, con grida di gioia» (Sofonia 3:17).

È straordinario come Sofonia riesca a cogliere i profondi sentimenti di Dio nei confronti di coloro che vuole salvare. È vero, c’è sofferenza nel donare il Figlio, ma il Signore guarda ai risultati e gioisce. Nonostante i nostri peccati siano innumerevoli e ci rendano indegni, Dio desidera salvarci. Sofonia dichiara: «Il SIGNORE ha revocato le sue condanne contro di te» (3:15) e il Vangelo ci ricorda che la condanna è stata annullata perché Gesù Cristo ha preso il nostro posto.

Forse senti Dio troppo lontano, ma Sofonia dice: «Il SIGNORE, il tuo Dio, è in mezzo a te», cioè, egli è tra coloro che si rivolgono a lui per ricevere la salvezza.

Sofonia ci coinvolge nel suo entusiasmo e ci fa conoscere l’interesse che Dio ha per noi. Dio si interessa delle nostre ferite, dei nostri problemi, delle nostre sofferenze : «…salverò la pecora che zoppica, raccoglierò quella che è stata cacciata via» (Sofonia 3:19).

Possiamo effettivamente chiederci perché Dio ci ami tanto, visto che in tutta la Bibbia è evidente la nostra indegnità. Noi lo disonoriamo continuamente, spesso siamo indifferenti al suo messaggio, dubitiamo della sua esistenza, altre volte imprechiamo contro di Lui, urlando tutta la nostra rabbia...

Ma Sofonia ci mostra un Dio potente che gioisce nel salvare i peccatori!

Il Vangelo non è altro che questa Buona Notizia, preannunciata dai profeti e adempiutasi nella persona di Gesù Cristo. Egli ha aperto una strada per poter arrivare alla presenza di Dio e godere della sua gioia.Dio non era obbligato ad agire così nei nostri confronti. Tuttavia, egli ha visto la nostra necessità, ci ha provveduto la salvezza attraverso Cristo, mostrando in tal modo la grandezza della sua bontà. Il Signore offre la sua grazia: chi la rifiuta ne è escluso, ma chi la riceve può gioire nella gioia di Dio.

Al centro del messaggio del Vangelo c’è la grazia di Dio, cioè il fatto che Egli ci viene incontro con il suo favore. Nessuno può dire che è un messaggio che non lo riguarda», perché la Buona Notizia è rivolta a tutti. Tutti hanno bisogno di salvezza.

 

36 sofonia

 

 

35 abacuc

Dell'origine di Naum si conosce poco, ad eccezione del fatto che fosse un “elcosita”, cioè nato o proveniente da Elkosh (1:1). Egli svolse la sua attività profetica tra il 663 e il 612 a.C. Nel 663 a.C., gli Assiri distrussero la città di Tebe in Egitto, come lo stesso Naum scrive al capitolo 3 del suo libro (3:8-10), mentre del 612 è la caduta di Ninive, evento predetto dal nostro profeta (versetto 7). Ne consegue che il libro fu redatto tra questi due avvenimenti. Dunque, Naum fu contemporaneo di Geremia, Abacuc e Sofonia, il quale predisse anch'egli la rovina di Ninive (Sofonia 2:13-15). Il nome Naum significa “compassionevole”, e si addice molto a questo profeta, in quanto egli per il suo popolo non ha parole di condanna, ma di conforto, anche se la sua predicazione sarebbe invece risultata una chiara condanna da parte di Dio nei confronti della città di Ninive, la capitale dell’impero assiro, fondata da Nimrod poco dopo il diluvio (come ci viene ricordato in Genesi 10:11-12). Ninive meritava il titolo di città sanguinaria (Naum 3:1); nelle loro iscrizioni, i re d’Assiria si vantavano delle loro guerre, delle loro conquiste e delle loro crudeltà: si dilettavano, dopo le vittorie, a tagliare le mani, i piedi, il naso e le orecchie ai prigionieri, trovavano piacere nel torturare le loro vittime in modo lento e crudele fino alla morte ed usavano costruire monumenti con pezzi di corpi mutilati. Intorno al 785 a.C., Dio aveva inviato Giona a Ninive nel tentativo di distoglierla dalla sua politica di brutali conquiste, ma sessant’anni dopo, gli eserciti assiri avevano ripreso le loro scorribande e avevano conquistato Israele. Al culmine del loro dominio, si presentò infine Naum con la sua profezia, chiamata da alcuni “il canto di morte di Ninive”. A circa vent’anni di distanza dalla predizione di Naum (612 a.C.), un esercito di Babilonesi e Medi cinse Ninive d’assedio: la devastazione fu tale che l’esistenza stessa della città sembrava essere stata un mito.

Per la sua forma, il libro di Naum può essere definito un poema. Si tratta di un cantico di trionfo che sottolinea poeticamente l'onnipotenza di Dio.Il testo è composto da tre capitoli e può essere suddiviso in due parti: il capitolo 1 descrive la maestà di Dio, i capitoli 2 e 3 contengono il giudizio su Ninive. Anche Giona era stato chiamato a profetizzare su Ninive e con lui il Signore aveva dato un avvertimento, mostrando la sua misericordia: infatti Giona predicò il ravvedimento che la città per un breve tempo accolse. Per mezzo di Naum invece, Dio fa vibrare una dichiarazione di condanna e annuncia il suo inevitabile giudizio. Il proposito di Dio questa volta non era mostrare la sua grazia, ma il castigo verso una nazione malvagia. Entrambi i profeti mostrano i modi in cui il Signore agisce: prima prolunga il tempo della grazia e poi punisce i peccati di coloro che non cambiano direzione.

Il messaggio è che Dio non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione. Però, se questi rifiuta ostinatamente di pentirsi, sarà abbandonato al giudizio. 

Questa profezia ci aiuta a capire il carattere di Dio. Per evitare che si consideri solo la sua grazia, e ci si dimentichi della sua giustizia, il profeta ci ricorda che Dio è un giudice giusto e, come tale, non può rimanere indifferente al peccato, altrimenti sarebbe in contraddizione con se stesso. In altre parole, il suo giudizio deriva dal suo carattere giusto, come la sua grazia deriva dal suo amore.

Certamente il Vangelo è l’espressione suprema della grazia di Dio, ma in nessun modo esso modifica i principi della giustizia divina, con la quale Egli governa il mondo. Dio ha sempre mostrato la sua grazia, cioè è sempre venuto incontro all’uomo con il suo favore, nonostante noi fossimo indegni, ma allo stesso tempo non è mai stato permissivo con il peccato. Ora, dato che Dio è immutabile, Egli è lo stesso ancora oggi. Come Naum fece conoscere ai Niniviti chi è Dio, così il Vangelo fa conoscere ad ogni uomo la sua grazia e la sua giustizia.Nella profezia di Naum, il Signore disse a Ninive per ben due volte: «Eccomi a te» (2:13; 3:5).

Come risponderete quando Dio si presenterà a voi? Verrà a voi come Giudice o come Salvatore?Il Nuovo Testamento ci insegna che, se Dio è per noi, nessuno potrà essere contro di noi (Romani 8:31), di conseguenza dobbiamo chiederci: se Dio è contro di noi, chi potrà difendere la nostra causa?Naum affermò una grande verità:

«Il SIGNORE è lento all'ira ed è molto potente, ma non lascia il colpevole impunito» (1:3).

Dio ci ha dato un Salvatore, il Signore Gesù Cristo. Ogni persona che accetta il suo sacrificio sulla croce, dove è morto per pagare per i nostri peccati, incontrerà Cristo come Salvatore, ma colui che lo respinge lo incontrerà come Giudice.Gesù offre a tutti noi, che siamo colpevoli davanti a Dio, la possibilità del perdono ed è l’unico e vero Salvatore. Ha preso su di sé la nostra condanna per darci la possibilità di fare pace con Dio.

Questo messaggio richiede una risposta. Voi che risposta volete dare?

34 naum

 

Il nome del profeta Michea significa «Chi è come Dio?», una domanda retorica, quasi provocatoria, che ci fa riflettere sull’unicità di Dio. Nessuno può essere come Dio, o avere la pretesa di essergli simile.

Michea era originario di Moroset, una città al confine con la Filistia, nelle vicinanze di Gat, a circa 48 km da Gerusalemme. Visse nell’VIII a.C., quasi duecento anni dopo la scissione fra le dieci tribù del nord, guidate da Geroboamo, e le due del sud, rimaste fedeli alla casa del re Davide. Era contemporaneo dei profeti Isaia ed Osea.
Mentre il regno di Giuda, a vicende alterne, continuava a servire il Signore nel tempio di Gerusalemme, il regno del Nord, con capitale Samaria, era invece diventato un centro di sacerdoti idolatri e di pratiche pagane.Michea svolse la sua attività di profeta durante i regni di Iotam, Acaz ed Ezechia. Acaz fu un re particolarmente malvagio, dunque il nostro profeta fu testimone di un periodo di decadenza nel regno di Giuda, ma anche di un ritorno a Dio sotto il governo del re Ezechia, il quale sicuramente ricevette incoraggiamento e aiuto da Michea ed il contemporaneo Isaia, con il quale collaborò strettamente. Nelle sue prediche, Michea si rivolge tanto al regno d’Israele, quanto al regno di Giuda, nel periodo in cui Israele era sotto la minaccia di un'invasione assira.

Il libro di Michea, scritto in uno stile semplice, elegante e diretto, è composto da 3 cicli di annunci di giudizio seguiti dall'annuncio della grazia che Dio avrebbe fatto al popolo. Ogni sezione comincia con l'esortazione «Ascoltate!» e termina con una nota di speranza. Come Amos, anche Michea mette in rilievo i "peccati sociali" (cioè contro il prossimo) e il fatto che il popolo non sopportasse i veri profeti, mentre gradiva quelli falsi. Come in Osea, ritroviamo una radicalità della disapprovazione di Dio verso il comportamento di Israele, unita ad una paradossale grazia che va oltre qualsiasi peccato commesso.

Nel testo si rintracciano tre temi principali: i peccati del popolo, la punizione che ne sarebbe derivata e, infine, il suo recupero per grazia di Dio. Nella sua predicazione, il profeta alterna alla desolazione visioni di gloria futura, all’ira divina, sentimenti di misericordia.
Il primo capitolo comincia con la solenne accusa contro i «peccati della casa d’Israele» (versetto 5).
Samaria era la capitale del regno del Nord. I suoi capi erano i diretti responsabili della corruzione dominante nella nazione e avevano adottato il culto del vitello d’oro e quello di Baal. Oltre ad essere idolatre, le classi governanti erano anche spietate nei confronti dei più poveri, prendevano i loro campi, i loro abiti e cacciavano dalle loro case le donne con i loro bambini. Molti a quell'epoca erano i profeti che, in cambio di cibo e offerte, erano pronti a predizioni non veritiere e faziose. Dio aveva mandato Elia, Eliseo ed Amos perché gli Israeliti abbandonassero i loro idoli, ma essi non avevano voluto ascoltare questi avvertimenti. Pertanto, a quel punto, il giudizio di Dio era alle porte.
Nel 734 a.C., gli Assiri condussero in esilio gli abitanti del regno del Nord e nel 721, Samaria divenne un “mucchio di pietre”, come preannunciato al versetto 6.

Le parole di Michea 4:1-3 corrispondono a Isaia 2:2-4, ma non si sa chi dei due sia stato il primo a scriverle.Si tratta della visione di un mondo senza guerre , felice, timorato di Dio. Improvvisamente, nel mezzo di questa rappresentazione sublime del futuro, il profeta ritorna a parlare di dolori e del giudizio che si abbatterà su Gerusalemme (3:12), annunciando che il popolo sarebbe stato condotto in esilio a Babilonia (4:10). Si tratta di una sorprendente profezia risalente a cento anni prima che l’impero babilonese prendesse il posto dell’Assiria, la nazione emergente di quel periodo. Gerusalemme, infatti, riuscì ad evitare la conquista assira, ma, assediata dai Babilonesi, cadde e i suoi abitanti furono deportati.

I messaggi di Michea non riguardano solo i suoi tempi, ci sono delle fughe in avanti, delle proiezioni sul futuro, come abbiamo visto al capitolo 4.
E nel momento più inaspettato, Michea rivela ciò che il Signore gli ha affidato riguardo il Messia:

«Ma da te, o Betlemme [...] uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi,
ai giorni eterni [...] egli sarà grande fino all'estremità della terra. Sarà lui che porterà la pace»
(5:1-4).


Il dominatore è Gesù che regnerà in eterno in Israele, colui che è esistito sempre, sin dai tempi dell’eternità, ed è diventato uomo per portare un messaggio di perdono e di salvezza.
Noi tutti siamo peccatori e indegni; non punire i nostri misfatti sarebbe ingiusto da parte di Dio. Però, il suo amore non si ferma davanti a questa realtà e perciò ha mandato suo Figlio a prendere su di sé la sua ira, rendendo così possibile il nostro perdono. La giusta ira di Dio non è stata ritirata, ma è stata riversata su Cristo, e se noi crediamo in Lui, Dio non ci imputa più i nostri peccati. A noi il perdono non costa niente: questa è la grazia di Dio. Gesù ha pagato al nostro posto, l’ira di Dio è stata placata, ma se rifiutate la grazia, il giudizio di Dio rimane sulla vostra vita perché , ricordate, ogni uomo, ogni donna , è colpevole davanti a Dio.
Non lo meritiamo, è vero, ma il Signore ci offre la sua grazia per la sua misericordia, perché ci ama.

Il libro termina con una espressione di gioia per la grazia di Dio verso il suo popolo. Ecco i versetti 18 e 19 del capitolo 7:

«Quale Dio è come te, che perdoni l'iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia.
Egli tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati.»

In Cristo ciò è possibile: Dio torna ad avere pietà di noi esercitando un perdono definitivo. Se siamo andati alla sua presenza per chiedere perdono e ricevere la salvezza offerta attraverso Cristo Gesù, i nostri peccati non saranno più ricordati, per dirla con le parole di Michea, saranno gettati in fondo al mare!

 

33 michea

32 giona 

 

Giona viene introdotto nella Bibbia come collaboratore di Geroboamo II (2 Re 14:23-29), che fu a lungo re d'Israele a Samaria (Regno del Nord).
Dio chiese a Giona di predicare ai pagani fuori dai confini di Israele, ed egli non fu il solo profeta a ricevere questo mandato, anche Naum e Abdia rivolsero le loro profezie agli stranieri. E prima di Giona altri due profeti avevano svolto parte del loro lavoro tra i popoli pagani: Elia a Sidone ed Eliseo in Siria.

Vediamo subito il quadro storico in cui si colloca la vicenda di Giona.
Sono passati molti anni dalla predicazione del profeta Elia e del suo successore Eliseo. Il regno del Nord si è allontanato sempre più da Dio dandosi all’idolatria e si può già vedere in anticipo il dramma dell’esilio.
Ma nell’ottavo secolo a.C. Dio, nella sua misericordia, concede un momento di tregua a Israele. Durante il regno di Geroboamo II, Giona profetizza un periodo di stabilità politica per le dieci tribù che costituiscono il regno del Nord (2Re 14:25). In questo stesso periodo, Ninive, capitale dell’Assiria, è al massimo della sua potenza e i suoi re nutrono mire espansionistiche sui territori di Israele e di Giuda. La prospettiva di essere conquistati dagli Assiri terrorizzava i popoli di quella regione. Leggiamo la descrizione di uno studioso che, con immagini forti, ci dà un quadro della grandezza e della crudeltà di questo popolo e dei suoi sovrani:
«Dal Caucaso e dal Mar Caspio fino al golfo Persico, e dall’altra parte del fiume Tigri fino all’Asia Minore e all’Egitto, questo popolo governava con orrenda tirannia e violenza. I re assiri erano un vero e proprio tormento per il resto del mondo: dilaniavano i corpi morti dei soldati; costruivano piramidi di teschi umani, offrivano in sacrificio i figli e le figlie dei loro nemici, bruciavano città, sterminavano intere popolazioni, riempiendo i deserti di sangue e i paesi di corpi straziati; impalavano corpi umani a migliaia, gettavano le ossa nei fiumi, tagliavano le mani dei re e le inchiodavano ai muri lasciando i loro corpi a marcire alla porte della città, in preda agli orsi e ai cani; falciavano i loro nemici come fossero grano e li abbattevano nelle foreste come bestie; ricoprivano intere colonne con la pelle strappata dai corpi dei monarchi rivali…e facevano tutto ciò senza alcun rimorso» (W. Graham Scroggie).
Ninive era la capitale di questo impero.
Proprio al culmine del potere assiro, Dio comandò al profeta Giona di andare a Ninive ed avvertire gli abitanti dell’imminente giudizio. Essere un profeta non era una cosa facile: occorreva una fede ben radicata in Dio e molto coraggio per poter predicare in situazioni difficili ad un uditorio ostile.

Giona era nativo di Gat-Efer, località a cinque chilometri da Nazaret.
Il suo nome significa “colomba”, e come tale egli era pronto ad annunciare la pace e la misericordia divina al suo popolo. Il profeta Giona ricevette un preciso ordine dal Signore: andare a Ninive, la capitale dell’Assiria e predicare contro la sua malvagità, offrendo ai Niniviti la possibilità di riconciliarsi con Dio. Ma Giona non voleva andare a Ninive, né gli sembrava giusto che a quei barbari Dio potesse far grazia nel caso in cui si fossero pentiti: così decise di fuggire, spingendosi verso i più lontani confini del mondo allora conosciuto.
Ma non si può sfuggire a Dio. Il Signore scatenò una tempesta impetuosa e, mentre invocavano l’aiuto dei loro dèi, i marinai tirarono a sorte per capire a causa di chi capitava quella disgrazia. La sorte cadde su Giona ed egli spiegò che era in fuga per non eseguire un ordine del suo Dio.
Egli stesso suggerì all'equipaggio della nave di buttarlo in mare, era convinto che in tal modo la tempesta si sarebbe placata. Dopo qualche esitazione, i marinai fecero come Giona aveva loro suggerito. La tempesta si placò e il profeta fu inghiottito da un grosso pesce, nel cui ventre egli rimase per tre giorni e tre notti (in merito ti invitiamo a leggere l'approfonditmento "Il pesce di Giona e la tomba di Cristo"). Pregò con fervore e Dio lo esaudì ordinando al pesce di vomitarlo su una spiaggia.
Dopo quegli avvenimenti, il Signore parlò ancora a Giona e questa volta il profeta ubbidì.
Ninive era così estesa che ci vollero tre giorni per percorrerla, e in quei tre giorni Giona predicò un forte messaggio che invitava gli abitanti ad avvicinarsi a Dio e a convertirsi. Colpiti dal messaggio, i Niniviti si pentirono dei loro peccati. Allora il Signore, nella sua misericordia, ebbe pietà di loro e decise di non punirli. Giona però ne fu irritato: non riteneva giusto che fosse concessa una opportunità di redenzione ad un popolo del genere, che comunque avrebbe continuato ad essere una minaccia per il popolo di Israele. La cosa più logica sarebbe stata che Dio li sterminasse e salvaguardasse il suo popolo. Eppure Dio ebbe compassione di quella popolazione, dimostrando a Giona che il suo amore è riservato a tutti gli uomini ed Egli ascolta chiunque si rivolga a lui con pentimento.

Una generazione di Niniviti conobbe e ricevette la bontà di Dio, benché meritasse di essere condannata. Ma le generazioni successive si dimenticarono di quella meravigliosa opportunità e tornarono a vivere nella crudeltà. Negli anni che seguirono, la potenza militare e politica dell’Assiria crebbe ulteriormente. La città di Ninive, dopo aver conosciuto la bontà divina, si preparava a sperimentare il terribile giudizio del Dio vivente, come si vedrà più avanti, nell'introduzione al libro del profeta Naum.

 

32 giona

 Abdia è il quarto dei profeti detti minori, dopo Osea, Gioele e Amos. Il suo scritto è l’unico composto di un solo capitolo, esattamente 21 versetti.
Non sappiamo nulla sull’autore, conosciamo soltanto il suo nome che vuol dire “servo di Yahweh”.

Abdia ha qualcosa in comune con Giona e Naum, e cioè che tutte e tre questi profeti non si rivolgono a Israele o a Giuda, ma alle nazioni pagane intorno.
Ciò è un'ulteriore conferma del fatto che il Dio di Israele non è mai stato un dio “tribale”, il Dio di un solo popolo, essendo fin dall'inizio il Creatore, e perciò Signore, sia dell'universo che di tutti gli uomini; Mosè stesso, a scanso di equivoci precisò che «Il Signore ama i Gentili» (Deuteronomio 33:3), intendendo con la parola "Gentili" tutti coloro che non erano appartenenti alla casa d'Israele.
La visione profetica di Abdia è riferita a Edom (che, ricordiamo, era il soprannome di Esaù, il quale vendette il diritto di primogenitura al suo gemello Giacobbe per un piatto di lenticchie, racconto che troviamo in Genesi 25:29-34).
Abdia denuncia l'orgoglio e l'inimicizia di Edom nei confronti dei discendenti di Giacobbe (ovvero Israele), affermando che ciò sarebbe stato la causa della sua caduta. Nel versetto 10 leggiamo infatti:

«A causa della violenza fatta a tuo fratello Giacobbe, tu sarai coperto di vergogna e sarai sterminato per sempre.» 

«…non rimarrà più nulla della casa di Esaù», perché il SIGNORE ha parlato.»versetto 18

Il paese fu, infatti, prima devastato dai Babilonesi ed in seguito conquistato dai Nabatei. All’epoca dei Maccabei, nel 126 a.C., Giovanni Ircano incorporò gli Edomiti nella nazione ebraica. La famiglia degli Erodi era edomita, con la conquista romana della Palestina essi salirono al trono per regnare su Giuda. Perciò quando leggiamo del re Erode alla nascita di Gesù, dobbiamo pensare ad un re di origine edomita, più che israelita vera e propria.
Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., la storia non ci parla più di questo popolo, confermando la veridicità del breve scritto di Abdia, nel quale possiamo cogliere anche degli insegnamenti universali.
A Dio non piace né l'odio né l'orgoglio (si può leggerlo nei versetti 3 e 4). L’orgoglio del cuore inganna e ci illude di poter arrivare a chissà quale posizione, ma la realtà è diversa, perché esiste un Dio che riporta con i piedi per terra chiunque si innalzi oltre il suo limite. E la Bibbia è piena di riferimenti agli orgogliosi, quasi ad intendere che questo sia uno dei peccati più comuni... e non è forse così? (in merito a questo argomento ti invitiamo a leggere l'approfondimento "Orgoglio o umiltà? Figli o schiavi?")
Se da un lato Dio denuncia e punisce in maniera chiara l’orgoglio, dall’altro Egli si prende cura di coloro che gli appartengono, che hanno un cuore umile e che subiscono. Dio vede ogni cosa e la giustizia è Sua. Non solo: arriverà il momento in cui Cristo regnerà, e quello sarà il tempo della vera giustizia.

Chiunque crede in Dio e in suo figlio Gesù attende la piena realizzazione di questa promessa confermata in Apocalisse 11:15:

«Poi il settimo angelo sonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano:
«Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli.»

Attraverso la profezia su Edom, Abdia ci insegna il principio biblico che «Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (1Pietro 5:5).
Quando avremo la consapevolezza di essere insignificanti davanti alla potenza e alla gloria di Dio, ci affideremo solo a Lui e Dio ci verrà incontro donandoci la vita eterna.

 

31 abdia

Pagina 2 di 3
IMPORTANTE! QUESTO SITO UTILIZZA I COOKIE E TECNOLOGIE SIMILI
Questo Sito utilizza cookie di profilazione di altri siti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi sapere di più o negare il consenso a tutti o alcuni cookie clicca qui. Se accedi ad un qualunque elemento sottostante o chiudi questo banner, acconsenti all'uso dei cookie. Per saperne di piu'