L’Apocalisse è un’opera drammatica, piena di simboli, non sempre immediatamente comprensibile.
Molti lettori sfogliano l’ultimo libro della Bibbia per trovarvi indicazioni sul futuro. Ma Dio non ci ha dato questo testo per soddisfare la nostra curiosità. Come tutti i libri che compongono la Bibbia, l’Apocalisse trasmette un messaggio che riguarda ognuno di noi, ieri, oggi, e domani.
La parola “Apocalisse” deriva da un termine greco che significa “rivelazione”. Secondo il primo versetto del libro, si tratta di una rivelazione di Gesù Cristo data da Dio e riguarda le cose che devono accadere. Già i primi cristiani, con il termine “Apocalisse”, volevano indicare la manifestazione gloriosa di Cristo alla fine dei tempi.
È l’unico libro della Sacra Scrittura in cui viene promessa una benedizione speciale a chi lo legge:

«Beato chi legge e beati quelli che ascoltano le parole di questa profezia e fanno tesoro delle cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino!» (Apocalisse 1:3).


Questo testo conclude la rivelazione biblica e deve essere interpretato alla luce di tutta la Sacra Scrittura. I suoi 22 capitoli contengono centinaia di citazioni dell’Antico Testamento ed è necessario conoscere bene quei testi per comprendere il significato preciso dei personaggi e dei simboli presenti nell’Apocalisse.
Il titolo del libro riporta il nome dell’autore, Giovanni, in cui si riconosce tradizionalmente l'apostolo di Gesù. Secondo diversi autori, il testo fu scritto durante le violente persecuzioni al tempo di Domiziano. Sarebbe quella l’epoca in cui Giovanni fu esiliato a Patmos, un'isola nel mare Egeo, a circa 55 chilometri dalla costa turca. L’uso del tempo passato “ero in Patmos" sembra indicare che, pur avendo avuto le visioni mentre era sull’isola, fu soltanto dopo la sua liberazione ed il ritorno ad Efeso che Giovanni scrisse il libro, quindi verso il 96 d.C.


Veniamo ora al contenuto.
Come nel quarto Vangelo, la subordinazione di Gesù a Dio è controbilanciata dall’uguaglianza con lui: sia il Padre che il Figlio portano il titolo di Alfa e Omega (1:8; 22:13); la salvezza è attribuita a entrambi (7:10); i martiri risuscitati sono sacerdoti per entrambi (20:6); condividono da eguali lo stesso regno (11:15; 12:10) ed entrambi sono il tempio della città santa (21:22).
Lo scritto dell'Apocalisse può essere diviso in tre parti, secondo lo schema che troviamo al capitolo 1, versetto 19, dove si legge: 

«Scrivi dunque le cose che hai viste, quelle che sono e quelle che devono avvenire in seguito.»

"Le cose che hai viste" riguardano la visione del Signore stesso glorificato. La scena fu così terribile che Giovanni gli cadde ai piedi come morto. Tuttavia, mediante la sua grazia, Gesù va incontro al suo servitore e Giovanni riporta: «Ed egli mise la sua mano destra su di me, dicendo: “non temere…"» (v. 17).

"Le cose che sono" del versetto 19 si riferiscono allo stato di fatto delle chiese dell'Asia Minore, a cui il Signore stesso si rivolge: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatiri, Sardi, Filadelfia, Laodicea.
Questi messaggi alle chiese seguono uno schema fisso: ognuno presenta una caratteristica del Signore Gesù, una valutazione della chiesa con una lode o un rimprovero. C’è anche una promessa rivolta ai vittoriosi.

Per quanto riguarda le cose "che devono avvenire in seguito", si tratta delle visioni successivamente descritte nel libro.

A questo punto, la scena si sposta dalla terra al cielo. È presentata una visione di Dio circondato di maestà e santità, seguita da una visione dell’Agnello (Cristo) e del libro, cioè un rotolo di pergamena sigillato. Il rotolo occupa un posto centrale nel resto dell’Apocalisse, in quanto tutto ciò che segue è un graduale verificarsi del suo contenuto.
Nella sequenza degli avvenimenti descritti nel libro, il numero sette è una costante: il rotolo sigillato è il libro dei “sette sigilli”; la descrizione di eventi connessi con il suono di “sette trombe”, che esprimono l'inevitabilità del giudizio divino; troviamo poi la visione delle “sette coppe”, segni premonitori del giudizio finale, ed infine sette flagelli.
Dopo che le trombe del giudizio hanno compiuto il loro corso, la scena si prepara per la comparsa del falso messia, l’Anticristo. Questi è chiamato la Bestia nel capitolo 13 e riceve il suo potere da Satana. Da quanto si riesce a comprendere, essa sarà abilmente appoggiata nei suoi piani da una seconda Bestia che, con segni e prodigi, convincerà i popoli della terra ad adorare l’immagine della prima. Si parla pure di due testimoni che saranno uccisi a Gerusalemme; la gioia generale ispirata dalla loro morte non durerà molto, perché i due profeti saranno pubblicamente riportati in vita da Dio. Il regno della Bestia prometterà benessere, come spiega il capitolo 18, ma quando mostrerà il suo vero volto e pretenderà che tutti gli uomini portino il suo marchio, Dio interverrà.
Le due bestie saranno gettate in un lago di fuoco e Satana sarà incatenato per mille anni. Alla fine del millennio, egli sarà sciolto e capeggerà l’ultima ribellione contro il Signore. Un duro giudizio si abbatterà sul mondo e poi tutti i morti di tutte le età saranno convocati per apparire davanti al grande trono bianco. In quest’ultimo terribile processo, gli uomini saranno giudicati secondo le loro opere e subiranno una giusta condanna.

Il libro dell’Apocalisse si conclude con la visione della città celeste, dalla quale sono esclusi per sempre tutti quelli che si sono opposti a Dio.
Prima che l’ultimo "amen" sia pronunciato, per ben tre volte il Signore proclama il suo ritorno. Così arriviamo all’ultima preghiera che troviamo nella Sacra Scrittura:

«Vieni, Signore Gesù!»

La venuta del Signore è uno dei primi avvenimenti di cui parla il libro e le sue ultime parole sono la preghiera di Giovanni perché ciò avvenga presto. Cristo torna. Il più grande evento della storia umana avverrà sulle nuvole, in potenza e gloria, visibile a tutto il mondo. Sarà un giorno di angoscia e di terrore per quelli che lo hanno respinto e un giorno di indicibile gioia per coloro che gli appartengono. Nel libro degli Atti degli apostoli al capitolo 1, versetti dal 9 all'11, è detto che Gesù è asceso in cielo in una nuvola e «verrà nella stessa maniera». Gesù venne la prima volta nel tempo stabilito e ritornerà nuovamente al momento fissato.
Come si è detto, l'Apocalisse presenta molti riferimenti all’Antico Testamento, in particolare al libro di Daniele. Inoltre, si possono tracciare importanti confronti tra la Genesi e l’Apocalisse: la Genesi racconta il paradiso perduto, l’Apocalisse il paradiso ritrovato; il giardino dell’Eden della Genesi cede il posto alla città di Dio dell’Apocalisse; l’albero della vita della Genesi riappare nell’Apocalisse. Il serpente compare nel primo libro della Bibbia e trova il suo giudizio nell’ultimo. Il peccato, il dolore, le lacrime e la maledizione fanno tutti la loro comparsa in Genesi e scompaiono nella Rivelazione di Giovanni. Questo libro è il naturale completamento di tutto ciò che Dio ha voluto rivelarci fin dalla Genesi.

Attraverso le profezie, Cristo riempie le pagine dell’Antico Testamento. I Vangeli lo presentano nella sua umanità, gli Atti e le lettere degli apostoli ci spiegano che opera per mezzo dello Spirito Santo. L’Apocalisse presenta Cristo che entra in possesso del suo regno universale e agisce con potenza nel mondo futuro. E la rivelazione di Dio termina con questa frase:

«La grazia del Signore Gesù sia con tutti.»

La Bibbia conclude con una porta spalancata verso l’umanità, a favore di tutta l’umanità.
Gesù offre la salvezza per grazia a tutti. Ma oltre a questa meravigliosa offerta troviamo anche una promessa, quella del suo ritorno. Gesù dice: «Ecco, io vengo presto.»

Voi siete pronti ad incontrare Gesù Cristo? Lo incontrerete come giudice o come salvatore? La Genesi è il libro degli inizi, l’Apocalisse quello delle conclusioni.
Dio ha tratto la sua conclusione sin dalla Genesi, aprendo all'uomo la possibilità di riconciliarsi con Lui e vivere eternamente alla sua presenza.
Voi avete tratto le vostre conclusioni?

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Gli abitanti della Galazia, una regione che si trova al centro dell’odierna Turchia, erano un ramo dei Galli, quel popolo stanziatosi in Francia ma proveniente dal bacino settentrionale del Mar Nero in seguito alla grande migrazione verso Ovest.
Un esercito di Galli, chiamati anche Galati, invase la regione centro-settentrionale della Turchia e vi si stabilì, dando alla nuova patria il nome di Galazia.

Presumibilmente, la data di stesura di questa lettera è il 57 d.C., al termine del terzo viaggio missionario di Paolo, mentre egli si trovava forse ad Efeso o in Macedonia.

Paolo aveva molto a cuore i Galati: si erano convertiti al cristianesimo attraverso la sua predicazione durante il suo secondo viaggio missionario e avevano accettato con gioia il vangelo, dimostrando un grande affetto verso di lui (Galati 4.13-15).
Dopo la partenza di Paolo, erano arrivati in Galazia alcuni Giudei, i quali insistevano che i Gentili (ovvero tutte le popolazioni che non avevano origini ebraiche) non potevano essere cristiani senza osservare la legge di Mosè. I Galati diedero ascolto al loro insegnamento, accettando anche la pratica della circoncisione. Paolo venne a conoscenza dell'accaduto, e scrisse questa lettera per spiegare loro che, mentre la circoncisione era necessaria per entrare a far parte del popolo ebraico, essa però non era stata richiesta da Dio ai cristiani di origine non ebraica per essere salvati e fare parte della chiesa.

Vediamo in breve il contenuto della lettera nei suoi passaggi più significativi.
Dopo un breve saluto, Paolo passa a spiegare allo scopo della sua lettera. Si meraviglia dell’improvviso abbandono del Vangelo e li riprende accoratamente.
Risalendo all’Antico Testamento e citando Abramo come esempio, Paolo mostra che per essere salvati non bisogna FARE, ma CREDERE per FEDE. Abramo fu salvato per via della sua fede, e questo molto prima che la legge fosse data al popolo tramite Mosè. La vera funzione della legge è di convincere l’uomo di essere un peccatore: nessuno è in grado di adempierla in ogni cosa. Solo Cristo, che era senza peccato, ci è riuscito. Gesù, unico uomo giusto sulla terra, condannato ingiustamente ad una morte atroce, adempiendo la legge ha reso possibile la riconciliazione fra Dio e l'uomo, separati a causa del peccato. Questa è la grazia di Dio, ovvero che, nonostante non ce lo meritassimo, grazie al sacrificio di Gesù sulla croce e alla sua vittoria sulla morte attraverso la risurrezione, possiamo avere pace con Dio ed essere adottati come suoi figli. Per essere graditi a Dio non serve nessun tipo di rituale, non ci viene richiesto. Tutto ciò che ci viene richiesto è di credere veramente in Gesù come nostro Salvatore, confessare a Dio il nostro peccato e ottenere il perdono da Lui grazie a Gesù, che è morto al posto nostro, scontando sulla croce la condanna per i nostri peccati.
A tutti quelli che prendono questa decisione, Dio dona lo Spirito Santo, che li guida e li aiuta a vivere una vita che piace a Lui. Lo Spirito, e non la legge, ci dona l’identità di Figli di Dio.

Paolo incoraggia i Galati a perseverare nella libertà cristiana perché la legge può essere adempiuta attraverso l’amore (5:13-14).
La figura di Cristo è centrale in tutta la lettera, caratterizzata da affermazioni forti che si imprimono nella mente e fanno riflettere.
In conclusione, di queste affermazioni ne vogliamo riportare una, che trovate spiegata nell'approfondimento In bilico fra rituali e fede:

«Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!»  
(Galati 2:20).

 

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Al tempo dell'apostolo Paolo, Corinto era una città cosmopolita, socialmente stratificata e con una forte presenza di schiavi. Era imperniata sugli interessi commerciali e caratterizzata da costumi immorali. Un viaggiatore dell’epoca poteva paragonare la città ad un pentolone contenente varie culture, stili di vita e religioni differenti. Paolo elenca all’interno della sua lettera quattro categorie di persone: Giudei, Greci, schiavi e liberi, che riflettono la composizione della città.

Durante il suo secondo viaggio missionario, l’apostolo Paolo da Atene giunse a Corinto intorno al 50 d.C. Insieme ad Aquila e sua moglie Priscilla, ebrei convertiti al cristianesimo, lavorò come fabbricante di tende e, durante il suo soggiorno di diciotto mesi in quella città, Paolo predicò ogni sabato nella sinagoga. In seguito si rivolse a coloro che non erano ebrei e, nonostante le solite opposizioni provenienti dai suoi connazionali, l’apostolo vide moltissime persone convertirsi al Signore. Quando l’apostolo lasciò la città per continuare la sua missione altrove, mantenne i contatti con la chiesa attraverso la corrispondenza e altre visite.

 

 

Ai Corinzi, Paolo indirizzò due lettere entrate a far parte del canone biblico. La prima venne scritta mentre egli si trovava ad Efeso, nel 55, mentre la seconda venne scritta dalla Macedonia intorno al 57 d.C.
Dal contenuto del testo, possiamo anche dedurre che Paolo stesse rispondendo a delle domande poste dalla chiesa di Corinto per iscritto.

In base a quello che si può leggere, i cristiani corinzi erano presto diventati orgogliosi e si erano così venute a creare delle divisioni nella chiesa. Orgoglio e divisioni sono spesso all’origine di mali ancora peggiori, ed infatti, nei capitoli 5 e 6 apprendiamo che gravi casi d’immoralità erano tollerati nella chiesa. Alla fine della lettera, Paolo menziona i nomi di Stefana, Fortunato e Acaico (vv. 16-17), membri della chiesa di Corinto che erano andati a trovarlo.
È probabile che questa rappresentanza abbia recapitato le domande sorte nella comunità di Corinto, alle quali l’apostolo risponde nei capitoli successivi. Dopo aver toccato i temi del matrimonio e del rispetto reciproco nelle scelte anche personali, Paolo esorta i Corinzi a non creare ostacoli al Vangelo e a vivere come se partecipassero ad una corsa con il proposito di ottenere il premio (9). Segue l’invito a lasciarsi istruire dalle tristi esperienze di Israele nel deserto (10).
Continuando nella lettura, apprendiamo che i Corinzi usavano i doni spirituali esibendoli per la loro gloria personale, piuttosto che per quella di Dio e per l'edificazione della chiesa. Paolo ricorda loro che l'amore per Dio e per il prossimo è alla base della vita cristiana (13).
Così, egli scrive una sorta d’inno all’amore che è uno dei brani più belli di questa lunga lettera e si trova al capitolo 13.
Al capitolo 15, invece, l’apostolo spiega in modo chiaro la resurrezione e, dopo aver trasmesso ai Corinzi questo fondamentale insegnamento, conclude la lettera con alcuni consigli pratici (16).

Veniamo ora alla seconda lettera.
Date le circostanze che si svilupparono a Corinto, la seconda lettera ai Corinzi contiene un’ampia difesa della sua autorità apostolica dovuta alla presenza di alcuni forti oppositori di Paolo.
Paolo parla della sua sofferenza (capitolo 1), delle sue lotte (4) delle sue speranze (5). Descrive il ministero di cui è stato incaricato da Cristo stesso e che è essenzialmente un ministero di riconciliazione (5). Spiega in che modo si è dedicato al suo servizio (6), sviluppa il tema della generosità e, nella parte finale della lettera, afferma la sua autorità apostolica presentando le sue credenziali e le sue esperienze, con il marchio del pericolo e della sofferenza fisica.
Paolo parla al cuore dei destinatari e mostra come alla sofferenza segua sempre la consolazione (1:3-7), nella nostra debolezza si faccia spazio la potenza di Dio (12:1-10). Questi contrasti sono l’elemento caratteristico della lettera.

 

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La storia di Paolo è un chiaro esempio di come la religiosità possa spingere a fare grossi errori e di come Dio conosca in profondità i cuori. Possiamo leggere la storia della sua conversione nel capitolo 9 degli Atti degli Apostoli.

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Per comprendere chiaramente una lettera è utile sapere qualcosa del suo autore. Vi invitiamo a leggere questo breve approfondimento sull'apostolo Paolo
Per quanto riguarda la data e il luogo di composizione, gli studiosi sono concordi nell’indicare che Paolo abbia scritto intorno al 58 d. C. nella città di Corinto, durante il suo terzo viaggio missionario.

A Roma si era formata abbastanza presto una comunità cristiana, composta da credenti sia ebrei sia di origine pagana. La Bibbia non ci dice come il messaggio del Vangelo sia arrivato nella capitale dell’Impero. Molto probabilmente ci fu qualche ebreo residente a Roma che si era convertito in conseguenza alla predicazione apostolica avvenuta il giorno di Pentecoste. Ricordiamo che per le grandi feste ebraiche gli appartenenti a questo popolo erano soliti venire a Gerusalemme per poi ritornare alle loro città. Paolo aveva ricevuto notizie della comunità romana dai cristiani Aquila e Priscilla i quali, come tutti gli altri ebrei, furono espulsi da Roma dall’imperatore Claudio. Al termine del suo terzo viaggio missionario, verso l’anno 58, Paolo cominciò a pianificare di recarsi in Spagna, includendo una visita a Roma, come leggiamo nell’ultimo capitolo di questa lettera (15:23).

Ma per quale motivo Paolo scrisse ai cristiani che vivevano a Roma?
In primo luogo desiderava conoscere i credenti di Roma (1:13) e annunciare il Vangelo anche in quella città (1:12). È probabile pure che sperasse di poter avere aiuto dalle chiese di Roma per la sua progettata missione in Spagna.

Nei primi 5 capitoli, Paolo affronta l’argomento dell’universalità del peccato: tutti hanno peccato, ma Dio giustifica ogni uomo per la fede che egli mette in Gesù Cristo, e non per le opere che compie. Siamo stati riconciliati con Dio grazie al sacrificio di Cristo, la condanna che pendeva sulle nostre teste si è abbattuta su Gesù: Lui ha pagato al posto nostro e noi, se accettiamo questo “scambio”, possiamo ricevere grazia. Questo è il messaggio del Vangelo!
Al capitolo 6, Paolo spiega che la grazia di Dio non autorizza il credente a vivere nel peccato, cioè in contrasto con ciò che piace a Dio; anzi, chi crede in Cristo è una nuova creatura e, in quanto tale, si comporterà in maniera coerente con la sua nuova posizione: questo processo viene chiamato santificazione.
Al capitolo 7, l'apostolo chiarisce il ruolo della legge mosaica, che fu data da Dio al popolo di Israele per far comprendere all'uomo la sua incapacità di osservarla e di “santificarsi” attraverso di essa. Gesù fu l'unico uomo in grado di osservarla in ogni suo aspetto.
Così arriviamo al capitolo 8, dove Paolo introduce il tema della guida dello Spirito Santo nella vita del credente.
I capitoli da 9 a 11 si riferiscono a Israele, il popolo depositario delle promesse divine. L’allontanamento d’Israele dalla presenza di Dio è temporaneo, ma verranno i giorni in cui tutto Israele sarà salvato (v. 26).
Dal capitolo 12 fino alla fine della lettera, l’apostolo tratta dei vari aspetti della vita cristiana: i cristiani devono amarsi a vicenda, rispettare le autorità costituite, devono aiutare chi è debole nella fede, ricercando la pace e l’edificazione reciproca.
Il capitolo 16 si conclude con i saluti.

La lettura di questa lettera non sempre risulta semplice, perché Paolo tocca aspetti dottrinali di estrema importanza e profondità: al suo interno ci sono perle di inestimabile valore per la vita di tutti coloro che desiderano avvicinarsi a Dio e camminare con Lui.

 

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Questa sicuramente rappresenta una delle parabole più conosciute ed amate; la troviamo al capitolo 15 di Luca:

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La narrazione che l'evangelista Marco fa vi sorprenderà sin dalle prime righe: vi calerà come in un film nella vita di Gesù cominciando dalla predicazione di Giovanni Battista al fiume e dal battesimo di Gesù stesso. Scritto sostanzialmente per i pagani e per coloro che non conoscevano usi e costumi del popolo ebraico, il testo è ricchissimo di commenti su luoghi, costumi e vocaboli, spiegazioni sui significati delle parole e le usanze ebraiche, e questo fatto rende le immagini ancora più concrete e tangibili davanti agli occhi del lettore. Inoltre l'autore insiste più sulle azioni di Gesù che sui suoi insegnamenti: anche se sono ricorrenti parole come “insegnare” e “predicare”, Marco riporta solo quattro parabole (al cap. 4), mentre racconta ben diciotto miracoli.

Tutto il Vangelo sembra tendere verso la passione di Cristo. Già al capitolo 2, notiamo l’inizio dell’opposizione da parte dei religiosi e dei politici. Al capitolo 3, verso 6 leggiamo:

«I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per farlo morire.»

L’impressione che riceviamo, quando leggiamo Marco, è che egli ci racconti la storia di un uomo dinamico, sempre in movimento: Gesù ammaestra i discepoli e, nel frattempo, compie miracoli e dibatte con i religiosi mettendoli in seria difficoltà.

Una lettura attenta di questo Vangelo ci colpisce perché presenta un uomo che non nasconde la sua consapevolezza di essere una persona divina, mostra un’autorità assoluta in quello che dice e in quello che fa, ricevendo conferma dalla voce del Padre, proveniente dal cielo, in occasione del suo battesimo e della trasfigurazione. Gesù viene presentato come il servo di Dio, e l'autore esprime il concetto citando le parole del Signore:

«Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti»
(Marco 10:45).

Presenta un uomo che va diritto verso la condanna e la crocifissione, come se Egli stesso controllasse tutti gli eventi: è sorprendente notare come Gesù, per ben quattro volte, predica la sua morte e la sua resurrezione e come i discepoli non siano in grado di capire che quello che stava dicendo si sarebbe avverato di lì a poco. Gesù era più di un semplice uomo: Gesù era il Figlio di Dio venuto sulla terra per salvare l'umanità.

Vogliamo dire qualcosa di più sull'autore di questo vangelo. Chi era Marco?
Per ben otto volte, il Nuovo Testamento menziona un certo Giovanni, detto anche Marco (Atti degli Apostoli 12:25), la cui madre si chiamava Maria. Nella sua casa di Gerusalemme si riuniva la chiesa a pregare, come apprendiamo dal libro degli Atti degli Apostoli (12:12). Marco fu strettamente legato a tre figure di rilievo nel Nuovo Testamento: Barnaba, Paolo e Pietro.
Era cugino di Barnaba, come possiamo apprendere dalla Lettera ai Colossesi (l4:10). Di Barnaba sappiamo che era un ricco ebreo cipriota che, dopo la sua conversione, si distinse per aver donato agli apostoli tutto il ricavato della vendita di un campo (Atti 4:37).Barnaba fu uno dei primi missionari che il libro degli Atti presenta e Giovanni Marco collaborò a stretto contatto con lui nella sua opera missionaria.
La seconda figura di rilievo vicina a Marco fu l’apostolo Paolo. In un primo momento, Marco accompagnò Paolo e Barnaba nel loro primo viaggio missionario (Atti 13:5), e molti anni più tardi lo troviamo a fianco di Paolo come suo collaboratore (Colossesi 4:10, 2 Timoteo 4:11).
Con l’apostolo Pietro, Marco ebbe un forte legame e si può ipotizzare che il testo del Vangelo di Marco sia stata una stesura dei racconti di Pietro stesso.

 

 41 marco

 

 


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Il Vangelo che scrisse Matteo, ha il carattere della narrazione ordinata. Partendo dalla genealogia di Gesù, ordinata secondo la linea di discendenza di Giuseppe, passa al racconto dell'annuncio della nascita del Cristo a Giuseppe.
Colpisce sin dall'inizio la grande quantità di riferimenti all'Antico Testamento:
Gesù è presentato come Messia (termine di origine ebraica che in greco si traduce Cristo), Re e Redentore. Per ben 18 volte Matteo esprime il fatto che Gesù stava adempiendo la Scrittura, un elemento che indica che l’autore scrivesse per dei lettori ebrei. Gli Ebrei del primo secolo aspettavano il Messia, come ancora oggi tanti Ebrei lo aspettano. Matteo ha dimostrato ai suoi connazionali che Gesù era colui che doveva venire: il Figlio di Davide, il Re promesso.

Nei primi tre capitoli, l'evangelista cerca di delineare la figura di Gesù, la sua provenienza e la sua nascita. Importante è anche la figura di Giovanni Battista, messaggero e precursore del Messia che anticipa di poco Gesù, preannunciandolo.

Nei capitoli 5-7, troviamo quella che è stata definita come la più grande predicazione del più grande predicatore di tutti i tempi: il sermone sul monte di Gesù. Nella prima parte, vengono elencate le cosiddette beatitudini, cioè quelle condizioni e caratteristiche che presentano le persone a cui appartiene il regno dei cieli. Nella seconda parte, Gesù spiega come interpretare correttamente la legge di Dio, come mettere in pratica i Suoi comandamenti per piacergli. Nella terza parte, invece, insegna come pregare (ed è qui che troviamo la meravigliosa preghiera conosciuta come il "Padre Nostro"), digiunare, perdonare e fare l'elemosina con atteggiamento di umiltà. L'ultima parte è incentrata sui comportamenti e le caratteristiche dei discepoli di Cristo: generosità, purezza, serenità e così via.

Gesù focalizza l'attenzione su ciò che conta veramente, dicendo che, se cerchiamo prima il regno di Dio e la sua giustizia, tutto quello che ci serve per vivere ci sarà dato in più (Matteo 6:33).

Nei capitoli 8 e 9, la sua autorità e autorevolezza non si manifestano più solo con le parole, ma anche con le azioni. Questi capitoli comprendono una selezione di racconti incentrati su miracoli compiuti da Gesù, che mettono in evidenza la sua autorità sulla malattia, sugli elementi della natura e sulle potenze spirituali. La folla che assiste non può fare a meno di esclamare: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!».

Il capitolo 13 è dedicato alle parabole del Regno dei cieli, seguono poi altri racconti della vita di Gesù.

Il Vangelo prosegue con l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Egli entra in città come un Re, cavalcando un asinello, acclamato dalla folla, mentre i capi religiosi, mossi dall’invidia, complottano per farlo morire.

Il 24 e il 25 sono due capitoli profetici, che descrivono i segni che precedono il ritorno di Cristo e del suo regno glorioso sulla terra. Poi, gli ultimi capitoli, dal 26 al 28, sono dedicati alla passione e alla terribile morte di Gesù su una croce romana, prima della sua gloriosa resurrezione.

Di Matteo, detto anche Levi, sappiamo ben poco. Il suo nome viene riportato nei quattro elenchi dei dodici apostoli e, dai Vangeli, sappiamo che era un cosiddetto "pubblicano” (pubblicani erano definiti coloro che svolgevano la funzione di esattori delle tasse per conto di Roma, i quali solitamente commettevano abusi ed erano quindi disprezzati dalla popolazione). Vista la sua professione è verosimile che abbia preso appunti durante i viaggi al seguito di Gesù. Si pensa che egli abbia scritto i suoi appunti in ebraico, pubblicando un’edizione in greco intorno al 60 d. C. Non si prende in considerazione una data posteriore al 70 d. C., perché Matteo non fa nessun riferimento alla distruzione del tempio a Gerusalemme per opera dei Romani, avvenuta proprio in quell'anno.

 

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Come abbiamo già detto nella parte introduttiva all'Ecclesiaste, l'autore si guarda intorno e si interroga sul senso della vita, sembra come intuire che ci sia qualcosa di più oltre al correre tutti i giorni per cercare di raggiungere una felicità che sembra irraggiungibile.

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26 ezechiele

Il nome Ezechiele può essere tradotto con “Dio fortificherà” o “Dio è forte” oppure “Dio è la mia forza”. Ezechiele era uno dei profeti che operarono durante la prigionia in Babilonia del popolo ebraico. Durante i settant'anni dell’esilio si innalzarono in Israele tre voci profetiche: Geremia a Gerusalemme, Daniele a Babilonia ed Ezechiele a Tel Abib, presso il fiume Chebar (cfr. 3:15).

La prima deportazione del popolo a Babilonia avvenne durante il regno di Ioiachim, durato undici anni. Il suo successore, Ioiachin, regnò solamente tre mesi perché Nabucodonosor venne ad assediare Gerusalemme in persona, costringendo il re alla capitolazione. Era l’anno 597 a. C. Il re Ioiachin con la sua famiglia e diecimila persone del popolo, prevalentemente giovani delle famiglie più importanti, furono deportati nella seconda deportazione, ed Ezechiele fu preso prigioniero quando aveva circa 25 anni.
Strappato dalla sua terra, Ezechiele si stabilì sulle rive del fiume Chebar, il grande corso d’acqua navigabile che si diramava dall’Eufrate fino al Tigri. Sposato con una donna che amava moltissimo (24:15-18), egli esercitava funzioni di sacerdote per i deportati del suo popolo.
Dio cominciò a parlargli all'età di 30 anni ed egli ricevette le rivelazioni del Signore per oltre vent'anni (cfr. 1:2; 29:17).

In una visione, il messaggio gli fu dato da Dio sotto forma di libro, con l’ordine di mangiarlo (come troviamo scritto anche per Giovanni nel libro dell’Apocalisse, in 10:9). Mangiare il libro significava “digerirne” il contenuto, assimilarlo fino a farlo diventare parte di sé.
I capi degli Ebrei più volte lo consultarono per ricevere consigli (8:1, 14:1, 20:1), ma poi, di fatto, non li seguirono (33:30-33).
Non sappiamo né come né quando Ezechiele morì.

Il libro raccoglie la storia, le visioni e le profezie del sacerdote Ezechiele durante il periodo della deportazione babilonese.
Quasi tutte le profezie sono disposte in ordine cronologico. Facciamo notare che quando Ezechiele indica la data delle sue visioni o delle sue profezie (13 volte), la calcola sempre dal momento traumatico della sua vita, cioè l'inizio del suo esilio a Babilonia.
Il libro, richiede un particolare sforzo per la lettura e la comprensione. Vi troviamo, infatti, realtà misteriose e difficili da capire. Nonostante le indubbie difficoltà di comprensione, anche questa parte della Bibbia può offrire molti insegnamenti utili per la fede e la conoscenza di Dio.

Il libro del profeta Ezechiele può essere suddiviso in tre sezioni:

  • dal capitolo 1 al 24, sono registrate le profezie pronunciate prima della caduta di Gerusalemme. Dopo la visione introduttiva dei capitoli 1-3, Ezechiele passa a denunciare la malvagità del suo popolo, mettendo in evidenza i peccati senza mezzi termini e pronunciando il giudizio di Dio su di essi. Le sue argomentazioni sono forti ed eloquenti e si avvalgono anche del supporto di azioni simboliche e parabole.

  • dal capitolo 25 al 32, riporta le profezie sul giudizio delle nazioni circostanti dell'epoca, dove viene anche predetta la caduta di Gerusalemme e la distruzione del tempio.

  • dal capitolo 33 al 48, si riferisce al futuro: il riferimento alla restaurazione del culto, del tempio, la venuta del Messia... Allora Gerusalemme sarà abitata dal Principe della pace e la città verrà chiamata «Il Signore è là»  (48:35).


L’idea chiave del messaggio di Ezechiele non è difficile da trovare, in quanto emerge quasi in ogni pagina:

«Essi conosceranno che io sono il Signore».

Sono ben 62 i passi dove essa ricorre. Dio aveva permesso la deportazione, attraverso la quale il popolo avrebbe riconosciuto che il Signore è Dio. Cogliere questo aspetto vuol dire scoprire il cuore del libro. Il popolo eletto e tutti gli altri popoli dovevano sapere senza equivoci che il Signore è l’unico vero Dio, il Sovrano che regna sulle nazioni e sulla storia. E come altri profeti che lo avevano preceduto, anche Ezechiele intravide, in una prospettiva futura, l’avvento del Messia, Gesù.

 

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