La Bibbia è un libro molto particolare, le parole che vi sono scritte possono avere a volte significati nascosti, ma la maggior parte delle volte dice esattamente quello che vuole dire, senza mezzi termini.

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Come abbiamo già detto nell'introduzione, la Lettera agli Ebrei è un condensato di informazioni su Gesù e sul significato della sua venuta sulla terra.

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Origene, influente dottore della chiesa di Alessandria (183-255 ca), affermò: «Lo sa solo Dio chi abbia scritto la Lettera agli Ebrei.» In molti sostengono che sia di Paolo, altri studiosi la attribuiscono a Barnaba, altri ancora hanno suggerito l’ipotesi di Apollo. Ma chiunque abbia redatto questo testo, avrà avuto le sue buone ragioni per non ritenere necessario accompagnarlo con la sua firma. Cercare di scoprirlo risulterà inutile, ci accontenteremo di non sapere.

Come per l’autore, la lettera non cita esplicitamente neppure i destinatari. Di certo è indirizzata a Ebrei che avevano riconosciuto Gesù come loro Messia, in quanto il contenuto è una discussione sulla relazione che intercorre tra Cristo, il sacerdozio levitico ed i sacrifici nel tempio.
Chi scrive la lettera, essendo anch’egli ebreo, li chiama tutti “fratelli”.

Possiamo invece stabilire la data intorno alla quale la lettera fu scritta.
Si capisce che i credenti ebrei ricordavano con un certo senso di nostalgia i primi tempi della loro vita cristiana: avevano perso il primo entusiasmo ed avevano bisogno di rinnovarsi. Da tutto ciò appare chiaro che la lettera non sia stata scritta nei primi anni dopo la Pentecoste, ma è probabile, invece, che fossero passati venti o trent’anni.
Dall’altra parte, è evidente che sia stata scritta prima della distruzione del Tempio, avvenuta ad opera dei Romani nel 70 d.C., infatti il sacerdozio giudaico continuava ancora a esercitarsi nel tempio di Gerusalemme (Ebrei 10:11).
Così possiamo pensare che la lettera la sua redazione risalga all'incirca agli anni 60- 65 d.C.

Diamo ora uno sguardo al contenuto.
Già i primi tre versetti sono un condensato di informazioni e andrebbero analizzati punto per punto per comprendere, e soltanto parzialmente, la figura di Cristo.
Dall’inizio fino al capitolo 12, versetto 3, si sviluppa un discorso unico.
Il testo appare più simile a un sermone che ad una lettera: infatti presuppone che il lettore conosca la storia del popolo di Israele, nonché gli aspetti cerimoniali della legge di Mosè. Ciò può naturalmente essere un ostacolo alla lettura di questo scritto per chi non conosce ancora bene il mondo della Bibbia, ma sicuramente esso aiuterà il lettore a vedere come i sacrifici dell'Antico Testamento prefigurassero il sacrificio perfetto e definitivo di Cristo.
Nella Lettera agli Ebrei, come nel libro della Genesi, non viene fatto alcun tentativo per dimostrare l'esistenza di Dio. Entrambi i libri partono dal presupposto che Dio esista, così come in generale tutta la Bibbia.
Il secondo presupposto che troviamo in Ebrei 1:1 è che “Dio ha parlato”.
Dio ha parlato ai patriarchi del popolo ebraico molte volte ed in molte maniere per mezzo dei profeti. Ha parlato poi per mezzo di suo Figlio Gesù e continua a parlare ancora al giorno d'oggi.
Lo scrittore dimostra in maniera inequivocabile la superiorità di Cristo rispetto ai profeti, agli angeli e a qualsiasi uomo citato nell'Antico Testamento. Gesù ha svolto un servizio sacerdotale molto più importante di quello di qualsiasi altro sacerdote del passato e del presente. (Vi invitiamo in merito a leggere l'approfondimento Una volta per tutte).Gesù è il perfetto sommo sacerdote che, essendo senza peccato, ha offerto se stesso una volta per tutte per pagare i peccati di tutto il mondo. Chiunque ha fede in lui può essere giustificato senza più bisogno di altri sacrifici.
La lettera termina mettendo in evidenza proprio la fede, la speranza e l’amore con un’insistente esortazione a vivere nella pratica un cristianesimo autentico. La vita viene paragonata ad una corsa, in cui il cristiano ha davanti a sé un chiaro obiettivo: realizzare tutto ciò che Dio lo chiama a fare, dovunque e in qualsiasi situazione Lui lo chiami a vivere.

La lettera ha pure uno scopo secondario, subordinato ma strettamente collegato a quello centrale: incoraggiare gli Ebrei del I secolo che non avevano ancora riconosciuto Gesù come loro Messia e Salvatore con vera fede, a farlo. Ricorda loro la fine della generazione di Ebrei che, usciti dall’Egitto, mancarono di fede e non entrarono nella terra promessa.
Questo avvertimento oggi vale anche per ogni uomo e ogni donna. Se manchiamo di fede e trascuriamo le promesse del Nuovo Patto, non entreremo nella vita eterna alla presenza di Dio.

 

58 ebrei

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Focalizziamo la nostra attenzione sul versetto 7 del capitolo 1 della Lettera agli Efesini:

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Gli abitanti della Galazia, una regione che si trova al centro dell’odierna Turchia, erano un ramo dei Galli, quel popolo stanziatosi in Francia ma proveniente dal bacino settentrionale del Mar Nero in seguito alla grande migrazione verso Ovest.
Un esercito di Galli, chiamati anche Galati, invase la regione centro-settentrionale della Turchia e vi si stabilì, dando alla nuova patria il nome di Galazia.

Presumibilmente, la data di stesura di questa lettera è il 57 d.C., al termine del terzo viaggio missionario di Paolo, mentre egli si trovava forse ad Efeso o in Macedonia.

Paolo aveva molto a cuore i Galati: si erano convertiti al cristianesimo attraverso la sua predicazione durante il suo secondo viaggio missionario e avevano accettato con gioia il vangelo, dimostrando un grande affetto verso di lui (Galati 4.13-15).
Dopo la partenza di Paolo, erano arrivati in Galazia alcuni Giudei, i quali insistevano che i Gentili (ovvero tutte le popolazioni che non avevano origini ebraiche) non potevano essere cristiani senza osservare la legge di Mosè. I Galati diedero ascolto al loro insegnamento, accettando anche la pratica della circoncisione. Paolo venne a conoscenza dell'accaduto, e scrisse questa lettera per spiegare loro che, mentre la circoncisione era necessaria per entrare a far parte del popolo ebraico, essa però non era stata richiesta da Dio ai cristiani di origine non ebraica per essere salvati e fare parte della chiesa.

Vediamo in breve il contenuto della lettera nei suoi passaggi più significativi.
Dopo un breve saluto, Paolo passa a spiegare allo scopo della sua lettera. Si meraviglia dell’improvviso abbandono del Vangelo e li riprende accoratamente.
Risalendo all’Antico Testamento e citando Abramo come esempio, Paolo mostra che per essere salvati non bisogna FARE, ma CREDERE per FEDE. Abramo fu salvato per via della sua fede, e questo molto prima che la legge fosse data al popolo tramite Mosè. La vera funzione della legge è di convincere l’uomo di essere un peccatore: nessuno è in grado di adempierla in ogni cosa. Solo Cristo, che era senza peccato, ci è riuscito. Gesù, unico uomo giusto sulla terra, condannato ingiustamente ad una morte atroce, adempiendo la legge ha reso possibile la riconciliazione fra Dio e l'uomo, separati a causa del peccato. Questa è la grazia di Dio, ovvero che, nonostante non ce lo meritassimo, grazie al sacrificio di Gesù sulla croce e alla sua vittoria sulla morte attraverso la risurrezione, possiamo avere pace con Dio ed essere adottati come suoi figli. Per essere graditi a Dio non serve nessun tipo di rituale, non ci viene richiesto. Tutto ciò che ci viene richiesto è di credere veramente in Gesù come nostro Salvatore, confessare a Dio il nostro peccato e ottenere il perdono da Lui grazie a Gesù, che è morto al posto nostro, scontando sulla croce la condanna per i nostri peccati.
A tutti quelli che prendono questa decisione, Dio dona lo Spirito Santo, che li guida e li aiuta a vivere una vita che piace a Lui. Lo Spirito, e non la legge, ci dona l’identità di Figli di Dio.

Paolo incoraggia i Galati a perseverare nella libertà cristiana perché la legge può essere adempiuta attraverso l’amore (5:13-14).
La figura di Cristo è centrale in tutta la lettera, caratterizzata da affermazioni forti che si imprimono nella mente e fanno riflettere.
In conclusione, di queste affermazioni ne vogliamo riportare una, che trovate spiegata nell'approfondimento In bilico fra rituali e fede:

«Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!»  
(Galati 2:20).

 

48 galati

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Al tempo dell'apostolo Paolo, Corinto era una città cosmopolita, socialmente stratificata e con una forte presenza di schiavi. Era imperniata sugli interessi commerciali e caratterizzata da costumi immorali. Un viaggiatore dell’epoca poteva paragonare la città ad un pentolone contenente varie culture, stili di vita e religioni differenti. Paolo elenca all’interno della sua lettera quattro categorie di persone: Giudei, Greci, schiavi e liberi, che riflettono la composizione della città.

Durante il suo secondo viaggio missionario, l’apostolo Paolo da Atene giunse a Corinto intorno al 50 d.C. Insieme ad Aquila e sua moglie Priscilla, ebrei convertiti al cristianesimo, lavorò come fabbricante di tende e, durante il suo soggiorno di diciotto mesi in quella città, Paolo predicò ogni sabato nella sinagoga. In seguito si rivolse a coloro che non erano ebrei e, nonostante le solite opposizioni provenienti dai suoi connazionali, l’apostolo vide moltissime persone convertirsi al Signore. Quando l’apostolo lasciò la città per continuare la sua missione altrove, mantenne i contatti con la chiesa attraverso la corrispondenza e altre visite.

 

 

Ai Corinzi, Paolo indirizzò due lettere entrate a far parte del canone biblico. La prima venne scritta mentre egli si trovava ad Efeso, nel 55, mentre la seconda venne scritta dalla Macedonia intorno al 57 d.C.
Dal contenuto del testo, possiamo anche dedurre che Paolo stesse rispondendo a delle domande poste dalla chiesa di Corinto per iscritto.

In base a quello che si può leggere, i cristiani corinzi erano presto diventati orgogliosi e si erano così venute a creare delle divisioni nella chiesa. Orgoglio e divisioni sono spesso all’origine di mali ancora peggiori, ed infatti, nei capitoli 5 e 6 apprendiamo che gravi casi d’immoralità erano tollerati nella chiesa. Alla fine della lettera, Paolo menziona i nomi di Stefana, Fortunato e Acaico (vv. 16-17), membri della chiesa di Corinto che erano andati a trovarlo.
È probabile che questa rappresentanza abbia recapitato le domande sorte nella comunità di Corinto, alle quali l’apostolo risponde nei capitoli successivi. Dopo aver toccato i temi del matrimonio e del rispetto reciproco nelle scelte anche personali, Paolo esorta i Corinzi a non creare ostacoli al Vangelo e a vivere come se partecipassero ad una corsa con il proposito di ottenere il premio (9). Segue l’invito a lasciarsi istruire dalle tristi esperienze di Israele nel deserto (10).
Continuando nella lettura, apprendiamo che i Corinzi usavano i doni spirituali esibendoli per la loro gloria personale, piuttosto che per quella di Dio e per l'edificazione della chiesa. Paolo ricorda loro che l'amore per Dio e per il prossimo è alla base della vita cristiana (13).
Così, egli scrive una sorta d’inno all’amore che è uno dei brani più belli di questa lunga lettera e si trova al capitolo 13.
Al capitolo 15, invece, l’apostolo spiega in modo chiaro la resurrezione e, dopo aver trasmesso ai Corinzi questo fondamentale insegnamento, conclude la lettera con alcuni consigli pratici (16).

Veniamo ora alla seconda lettera.
Date le circostanze che si svilupparono a Corinto, la seconda lettera ai Corinzi contiene un’ampia difesa della sua autorità apostolica dovuta alla presenza di alcuni forti oppositori di Paolo.
Paolo parla della sua sofferenza (capitolo 1), delle sue lotte (4) delle sue speranze (5). Descrive il ministero di cui è stato incaricato da Cristo stesso e che è essenzialmente un ministero di riconciliazione (5). Spiega in che modo si è dedicato al suo servizio (6), sviluppa il tema della generosità e, nella parte finale della lettera, afferma la sua autorità apostolica presentando le sue credenziali e le sue esperienze, con il marchio del pericolo e della sofferenza fisica.
Paolo parla al cuore dei destinatari e mostra come alla sofferenza segua sempre la consolazione (1:3-7), nella nostra debolezza si faccia spazio la potenza di Dio (12:1-10). Questi contrasti sono l’elemento caratteristico della lettera.

 

46 primacorinzi

 

47 secondacorinzi

 

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La storia di Paolo è un chiaro esempio di come la religiosità possa spingere a fare grossi errori e di come Dio conosca in profondità i cuori. Possiamo leggere la storia della sua conversione nel capitolo 9 degli Atti degli Apostoli.

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Per comprendere chiaramente una lettera è utile sapere qualcosa del suo autore. Vi invitiamo a leggere questo breve approfondimento sull'apostolo Paolo
Per quanto riguarda la data e il luogo di composizione, gli studiosi sono concordi nell’indicare che Paolo abbia scritto intorno al 58 d. C. nella città di Corinto, durante il suo terzo viaggio missionario.

A Roma si era formata abbastanza presto una comunità cristiana, composta da credenti sia ebrei sia di origine pagana. La Bibbia non ci dice come il messaggio del Vangelo sia arrivato nella capitale dell’Impero. Molto probabilmente ci fu qualche ebreo residente a Roma che si era convertito in conseguenza alla predicazione apostolica avvenuta il giorno di Pentecoste. Ricordiamo che per le grandi feste ebraiche gli appartenenti a questo popolo erano soliti venire a Gerusalemme per poi ritornare alle loro città. Paolo aveva ricevuto notizie della comunità romana dai cristiani Aquila e Priscilla i quali, come tutti gli altri ebrei, furono espulsi da Roma dall’imperatore Claudio. Al termine del suo terzo viaggio missionario, verso l’anno 58, Paolo cominciò a pianificare di recarsi in Spagna, includendo una visita a Roma, come leggiamo nell’ultimo capitolo di questa lettera (15:23).

Ma per quale motivo Paolo scrisse ai cristiani che vivevano a Roma?
In primo luogo desiderava conoscere i credenti di Roma (1:13) e annunciare il Vangelo anche in quella città (1:12). È probabile pure che sperasse di poter avere aiuto dalle chiese di Roma per la sua progettata missione in Spagna.

Nei primi 5 capitoli, Paolo affronta l’argomento dell’universalità del peccato: tutti hanno peccato, ma Dio giustifica ogni uomo per la fede che egli mette in Gesù Cristo, e non per le opere che compie. Siamo stati riconciliati con Dio grazie al sacrificio di Cristo, la condanna che pendeva sulle nostre teste si è abbattuta su Gesù: Lui ha pagato al posto nostro e noi, se accettiamo questo “scambio”, possiamo ricevere grazia. Questo è il messaggio del Vangelo!
Al capitolo 6, Paolo spiega che la grazia di Dio non autorizza il credente a vivere nel peccato, cioè in contrasto con ciò che piace a Dio; anzi, chi crede in Cristo è una nuova creatura e, in quanto tale, si comporterà in maniera coerente con la sua nuova posizione: questo processo viene chiamato santificazione.
Al capitolo 7, l'apostolo chiarisce il ruolo della legge mosaica, che fu data da Dio al popolo di Israele per far comprendere all'uomo la sua incapacità di osservarla e di “santificarsi” attraverso di essa. Gesù fu l'unico uomo in grado di osservarla in ogni suo aspetto.
Così arriviamo al capitolo 8, dove Paolo introduce il tema della guida dello Spirito Santo nella vita del credente.
I capitoli da 9 a 11 si riferiscono a Israele, il popolo depositario delle promesse divine. L’allontanamento d’Israele dalla presenza di Dio è temporaneo, ma verranno i giorni in cui tutto Israele sarà salvato (v. 26).
Dal capitolo 12 fino alla fine della lettera, l’apostolo tratta dei vari aspetti della vita cristiana: i cristiani devono amarsi a vicenda, rispettare le autorità costituite, devono aiutare chi è debole nella fede, ricercando la pace e l’edificazione reciproca.
Il capitolo 16 si conclude con i saluti.

La lettura di questa lettera non sempre risulta semplice, perché Paolo tocca aspetti dottrinali di estrema importanza e profondità: al suo interno ci sono perle di inestimabile valore per la vita di tutti coloro che desiderano avvicinarsi a Dio e camminare con Lui.

 

45 romani

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Dei quattro Vangeli, quello di Giovanni è forse il più letto e il più citato.
Lo stile letterario è semplice, diretto, ma incredibilmente profondo. Mentre gli autori degli altri tre Vangeli narrano quello che Gesù fece, Giovanni decise di mettere per iscritto questa testimonianza quasi a voler completare l’opera dei precedenti Vangeli, fornendoci un quadro più completo della figura di Gesù e della sua natura divina.
Pertanto questo Vangelo non è un’esposizione biografica della vita di Cristo, ma una presentazione della sua opera a favore dell’umanità perduta, come possiamo leggere al capitolo 20, versetto 31:

«Ora Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro;
ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.»

È evidente una stretta correlazione fra i miracoli operati da Gesù e le dichiarazioni che egli fa su se stesso, tutte precedute dall'espressione "Io Sono". Questa brevissima espressione per gli Ebrei dell'epoca significava moltissimo: Dio stesso si era presentato a Mosè dicendo "Io Sono colui che Sono", e il fatto che Gesù utilizzasse parte di questa frase per definire se stesso stava ad indicare che intenzionalmente stava definendosi come Dio.
qui sotto riportiamo alcune di queste dichiarazioni, e vi invitiamo a completare l'elenco leggendo voi stesi il Vangelo e trovando i putni in cui Gesù definisce se stesso: ogni volta c'è qualcosa di profondissimo da apprendere sulla Sua figura e sulla Sua divinità.

  • al capitolo 4, parlando alla donna samaritana, Gesù si definisce per la prima volta IO SONO, in risposta a lei che cita il Messia. In questo caso non stava semplicemente confermando di essere il Messia, ma di essere contemporaneamente Dio.
  • al capitolo 6 troviamo la moltiplicazione dei pani e dei pesci,  e subito dopo si autodefinisce come “pane della vita disceso dal cielo”, cioè colui il quale può saziare la fame spirituale di ogni uomo
  • sempre al capitolo 6 troviamo Gesù che cammina sulle acque: Egli è colui che governa le leggi del creato perchè Egli stesse le ha stabilite.
  • al capitolo 8 dice "Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita", subito dopo aver salvato la donna adultera da una lapidazione certa
  • al capitolo 9 ribadisce "io sono la luce del mondo" dopo aver guarito un uomo nato cieco
  • nel capitolo 11 l’amico Lazzaro, morto da tre giorni, viene restituito alla vita. Gesù dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà.»

Gesù non solo ha dimostrato di poter richiamare in vita coloro che erano morti: con la sua resurrezione ha dimostrato di aver sconfitto la morte, e che il suo essere Dio non sarebbe potuto mai venire meno (al capitolo 20).
La resurrezione sta alla base del cristianesimo, è l’elemento su cui poggia tutto il messaggio cristiano. Durante il lungo discorso che Gesù tiene dopo la moltiplicazione dei pani (al capitolo 6), per ben tre volte leggiamo: «... e io lo risusciterò nell’ultimo giorno», espressione che indica che, per coloro che credono, la resurrezione di Cristo è garanzia che anch'essi risusciteranno.
Gesù continua ad operare a favore dei suoi discepoli e, proprio perché è risuscitato, coloro che gli appartengono possono confidare nella sua presenza e nel suo soccorso.

Circa metà dell’intera opera è dedicata alla settimana precedente la crocifissione di Gesù e ai discorsi più intimi che egli fece ai suoi discepoli. Fu durante questi discorsi che il Maestro promise loro il dono dello Spirito Santo, il quale avrebbe ricordato e aiutato a capire i suoi insegnamenti. Prima di essere arrestato, Gesù rivolse al Padre una magnifica preghiera per i credenti di tutti i tempi, ed è grazie a Giovanni che conserviamo queste preziose parole.

Per dare qualche coordinata sull'autore, possiamo dire che Giovanni era fratello di Giacomo, anche lui uno dei dodici apostoli. Insieme al padre, gestiva un’impresa di pesca a Capernaum, presso il lago di Galilea.
Giovanni era stato discepolo di Giovanni il Battista e quando quest'ultimo presentò Gesù come l’agnello di Dio, Giovanni divenne discepolo del nuovo maestro, uno dei primi cinque discepoli insieme a Pietro, Andrea, Filippo e Natanaele. In seguito, Gesù invitò Giovanni e suo fratello Giacomo a lasciare il loro mestiere per seguirlo e, da quel momento, egli divenne testimone oculare di quanto scritto nel suo Vangelo.
Dopo la resurrezione, Giovanni intraprese una grande opera di evangelizzazione insieme a Pietro e, durante le persecuzioni che ne seguirono, rimase a Gerusalemme come colonna della chiesa. Secondo la tradizione, egli visse ad Efeso fino a tarda età, prendendosi cura delle chiese dell’Asia Minore.

Il versetto forse più citato dell'intera Bibbia è Giovanni 3:16:

«Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.»


Questo versetto è considerato il cuore della Bibbia, il testo che contiene il suo messaggio principale, il versetto che riassume l’intero insegnamento della Sacra Scrittura.

Questo è un messaggio cruciale che Dio ci rivolge. Tutti siamo compresi in questo progetto di salvezza, dobbiamo solo afferrarla credendo in Gesù, Figlio di Dio e nostro Salvatore!

 

43 giovanni

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Il Vangelo di Luca ha delle caratteristiche particolari che lo differenziano in modo sostanziale dagli altri tre scritti che raccontano la vita di Gesù.
Come possiamo leggere dalle prime righe, Luca scrive con l'intenzione di fornire una narrazione ordinata che dimostri la dondatezza dei fatti raccontati. Luca scrive con l'attitudine dello storico e riporta in maniera lineare tanti dettagli che gli altri autori dei Vangeli tralasciano. Il suo obiettivo chiaro sin dall'inizio è il presentare in maniera quasi pragmatica l'unica persona che può salvare l'umanità, ovvero Gesù, il Figlio di Dio.

Interessante notare che scrive a un certo Teofilo, al quale indirizzerà anche lo scritto degli Atti. Teofilo è un nome greco che si potrebbe tradurre con "amico di Dio", oppure " colui che ama Dio": per estensione possiamo dire che gli scritti di Luca sono diretti a tutti coloro che cercano Dio e vogliono entrare in relazione con Lui.

Luca, medico di professione ed evangelista per chiamata, fu amico e compagno di viaggio dell’apostolo Paolo. Come uomo di scienza, però non nega il miracolo, anzi si inchina davanti all’onnipotenza del Signore e ci presenta il mistero del concepimento sovrannaturale di Gesù in Maria, per opera dello Spirito Santo. Il suo Vangelo è proprio quello che riporta il maggior numero di guarigioni operate dal divino Medico.

.Consideriamo adesso il contenuto di questo Vangelo.

Il Vangelo di Luca è ricco di dettagli che non troviamo negli altri Vangeli: solo per ricordarne alcuni, vi troviamo le circostanze del concepimento e della nascita di Giovanni il Battista e del Messia Gesù, nonché della fanciullezza di Gesù (capitoli 1-2), l’episodio della peccatrice pentita che precede la parabola dei due debitori (7:36-50), la parabola del buon samaritano (10:25-37), quella del ricco stolto (12:13-21), del gran convito (14:15-24), di colui che, perduto, viene ritrovato (15:1-32), del fattore infedele (16:1-17), del giudice iniquo (18:1-8), del fariseo e del pubblicano che vanno al tempio a pregare (18:9-14). Citiamo infine il colloquio avvenuto sulla via di Emmaus (24:13-35) e il racconto dell’ascensione (24:50-53). Vi invitiamo a leggere una breve riflessione sulla parabola del Figlio prodigo.

Possiamo notare diversi temi ricorrenti in tutto lo scritto:
a) un’enfasi sulla salvezza, l’universalità del Vangelo e il suo carattere di grazia;
b) l’interesse di Gesù per le persone, specialmente per quelle emarginate dalla società; a ciò corrisponde la sua autentica umanità e la sua vita di preghiera;
c) l’importanza data al costo del discepolato. Di qui il bisogno di considerare bene le implicazioni pratiche, prima ancora di accettare la chiamata di Cristo;
d) l’insistenza sulla necessità che le Scritture si compissero attraverso il ministero e l’opera salvifica di Cristo (4:16-21; 24:44);
e) l'enfasi sul tema della gioia oper gli eventi legati alla venuta di Cristo;
f) e per concludere, tutto ciò è inquadrato non solo nel contesto della storia della salvezza, ma anche nella storia umana (2:1-7; 3:1-2; 13:1; 23:1-25). Ripetiamo che Luca si proponeva di scrivere con la disciplina dello storico;

La lettura di Luca è appasionante e di abbastanza semplice comprensione: una volta terminato questo Vangelo è sicuramente ottimo continuare con la lettura degli Atti degli Apostoli e scoprire come la morte di Gesù non abbia segnato la fine della predicazione del messaggio della salvezza, ma soltanto l'inizio.

 

42 luca

 

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