Origene, influente dottore della chiesa di Alessandria (183-255 ca), affermò: «Lo sa solo Dio chi abbia scritto la Lettera agli Ebrei.» In molti sostengono che sia di Paolo, altri studiosi la attribuiscono a Barnaba, altri ancora hanno suggerito l’ipotesi di Apollo. Ma chiunque abbia redatto questo testo, avrà avuto le sue buone ragioni per non ritenere necessario accompagnarlo con la sua firma. Cercare di scoprirlo risulterà inutile, ci accontenteremo di non sapere.

Come per l’autore, la lettera non cita esplicitamente neppure i destinatari. Di certo è indirizzata a Ebrei che avevano riconosciuto Gesù come loro Messia, in quanto il contenuto è una discussione sulla relazione che intercorre tra Cristo, il sacerdozio levitico ed i sacrifici nel tempio.
Chi scrive la lettera, essendo anch’egli ebreo, li chiama tutti “fratelli”.

Possiamo invece stabilire la data intorno alla quale la lettera fu scritta.
Si capisce che i credenti ebrei ricordavano con un certo senso di nostalgia i primi tempi della loro vita cristiana: avevano perso il primo entusiasmo ed avevano bisogno di rinnovarsi. Da tutto ciò appare chiaro che la lettera non sia stata scritta nei primi anni dopo la Pentecoste, ma è probabile, invece, che fossero passati venti o trent’anni.
Dall’altra parte, è evidente che sia stata scritta prima della distruzione del Tempio, avvenuta ad opera dei Romani nel 70 d.C., infatti il sacerdozio giudaico continuava ancora a esercitarsi nel tempio di Gerusalemme (Ebrei 10:11).
Così possiamo pensare che la lettera la sua redazione risalga all'incirca agli anni 60- 65 d.C.

Diamo ora uno sguardo al contenuto.
Già i primi tre versetti sono un condensato di informazioni e andrebbero analizzati punto per punto per comprendere, e soltanto parzialmente, la figura di Cristo.
Dall’inizio fino al capitolo 12, versetto 3, si sviluppa un discorso unico.
Il testo appare più simile a un sermone che ad una lettera: infatti presuppone che il lettore conosca la storia del popolo di Israele, nonché gli aspetti cerimoniali della legge di Mosè. Ciò può naturalmente essere un ostacolo alla lettura di questo scritto per chi non conosce ancora bene il mondo della Bibbia, ma sicuramente esso aiuterà il lettore a vedere come i sacrifici dell'Antico Testamento prefigurassero il sacrificio perfetto e definitivo di Cristo.
Nella Lettera agli Ebrei, come nel libro della Genesi, non viene fatto alcun tentativo per dimostrare l'esistenza di Dio. Entrambi i libri partono dal presupposto che Dio esista, così come in generale tutta la Bibbia.
Il secondo presupposto che troviamo in Ebrei 1:1 è che “Dio ha parlato”.
Dio ha parlato ai patriarchi del popolo ebraico molte volte ed in molte maniere per mezzo dei profeti. Ha parlato poi per mezzo di suo Figlio Gesù e continua a parlare ancora al giorno d'oggi.
Lo scrittore dimostra in maniera inequivocabile la superiorità di Cristo rispetto ai profeti, agli angeli e a qualsiasi uomo citato nell'Antico Testamento. Gesù ha svolto un servizio sacerdotale molto più importante di quello di qualsiasi altro sacerdote del passato e del presente. (Vi invitiamo in merito a leggere l'approfondimento Una volta per tutte).Gesù è il perfetto sommo sacerdote che, essendo senza peccato, ha offerto se stesso una volta per tutte per pagare i peccati di tutto il mondo. Chiunque ha fede in lui può essere giustificato senza più bisogno di altri sacrifici.
La lettera termina mettendo in evidenza proprio la fede, la speranza e l’amore con un’insistente esortazione a vivere nella pratica un cristianesimo autentico. La vita viene paragonata ad una corsa, in cui il cristiano ha davanti a sé un chiaro obiettivo: realizzare tutto ciò che Dio lo chiama a fare, dovunque e in qualsiasi situazione Lui lo chiami a vivere.

La lettera ha pure uno scopo secondario, subordinato ma strettamente collegato a quello centrale: incoraggiare gli Ebrei del I secolo che non avevano ancora riconosciuto Gesù come loro Messia e Salvatore con vera fede, a farlo. Ricorda loro la fine della generazione di Ebrei che, usciti dall’Egitto, mancarono di fede e non entrarono nella terra promessa.
Questo avvertimento oggi vale anche per ogni uomo e ogni donna. Se manchiamo di fede e trascuriamo le promesse del Nuovo Patto, non entreremo nella vita eterna alla presenza di Dio.

 

58 ebrei

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Focalizziamo la nostra attenzione sul versetto 7 del capitolo 1 della Lettera agli Efesini:

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05 deuteronomio

 

Il titolo “Deuteronomio” deriva dal greco e significa “seconda legge” o “ripetizione della legge”. Ormai tutta la generazione che era uscita dall’Egitto e aveva ricevuto i dieci comandamenti sul monte Sinai, era morta durante i quarant'anni nel deserto. Una nuova generazione si stava preparando ad entrare in Canaan, perciò la ripetizione non era certo superflua. Nel Deuteronomio, la legge viene descritta nel suo insieme e in qualche modo spiegata. Da quel momento in poi, sarebbe stata applicata in un contesto di vita diverso, non più nomade, ma di tipo stanziale, in quanto il popolo si sarebbe stabilito nel paese di Canaan. Il nuovo assetto avrebbe comportato delle piccole modifiche della legge in vigore, con lo scopo di adattarla all'inedita situazione.

Anche il Deuteronomio è ricchissimo di riferimenti e prefigurazioni che rimandano a Gesù. Clicca qui per leggere l'approfondimento "La figura di Cristo e il Deuteronomio"

 

IL DEUTERONOMIO IN BREVE

Il libro può essere suddiviso in tre parti principali, seguite da alcuni capitoli conclusivi di tipo storico.

La prima parte (capitoli 1-4) è sostanzialmente un excursus storico, nel quale vengono ricordati i punti salienti del viaggio compiuto nel deserto dalla generazione precedente. Mosè non trascura di far presenti anche i benefici che Dio ha elargito in quel lungo periodo di pellegrinaggio.

Nella seconda parte (capitoli 5-26), si trovano una ripetizione dei dieci comandamenti, con annesse raccomandazioni a non dimenticarli, ed una ricapitolazione di tutti i principi morali e spirituali stabiliti da Dio. Se il popolo avesse messo in pratica le leggi di Dio, avrebbe goduto le benedizioni promesse; quando se ne fosse allontanato, gli sarebbero toccate disgrazie, persecuzioni, esilio. I princìpi che leggiamo nel Deuteronomio si sono poi dimostrati veri in tutta la storia del popolo eletto da Dio.

La terza sezione (capitoli 27-28) può essere considerata come una conclusione delle parti precedenti. Troviamo qui l’ordine di scolpire le parole della legge sul monte Ebal, una proclamazione di benedizioni e maledizioni (come risultato dell’ubbidienza o della disubbidienza) e il rinnovo del patto che Dio aveva stipulato con il suo popolo.

I capitoli seguenti possiamo considerarli come un’appendice storica.
Mosè indicò pubblicamente come suo successore Giosuè e le ultime istruzioni furono rivolte ai leviti e ai sacerdoti, affinché leggessero periodicamente al popolo le parole della legge.
Nei capitoli 32 e 33 Nosè esprime un canto e una benedizione: con il primo illustra l’amore del Signore verso il suo popolo e descrive Dio come una Rocca, un fondamento sicuro; con la benedizione che egli rivolse ad Israele Mosè si comportaw come un padre che prima di morire benediva i figli.
L’ultimo capitolo, il 34, è il commovente racconto della sua morte.

A conclusione del libro, troviamo queste parole:

«Non c'è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale il SIGNORE abbia trattato faccia a faccia»  (Deuteronomio 34:10).

E' interessante notare che Dio cerca sempre un rapporto diretto con i suoi figli. E tu, sei pronto a sentire la voce di Dio?

 

05 deuteronomio

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