La lettera a Filemone è la più breve lettera di Paolo (nell’originale greco si contano 335 parole) ed è anche la lettera più personale da lui scritta.
Filemone era un ricco pagano di Colosse diventato cristiano probabilmente ascoltando la predicazione di Paolo (v. 19), e la lettera a lui indirizzata fu scritta tra il 58 e il 60 d.C., mentre Paolo si trovava in una prigione romana.
La lettera a Filemone e quella inviata ai Colossesi sono strettamente collegate. Entrambe sono scritte dallo stesso luogo, indirizzate alla stessa chiesa e furono portate a Colosse da Tichico, collaboratore di Paolo. Entrambe menzionano circostanze simili sulla prigionia dell’apostolo e presentano una lista quasi identica di saluti personali. La città di Colosse fu probabilmente evangelizzata da alcuni colossesi che avevano ascoltato il Vangelo ad Efeso (Atti 19:10), nei due anni in cui Paolo aveva operato in questa città. Tra i membri della comunità di Colosse c’erano Epafra, Filemone, Apfia e Archippo.

Il nocciolo della lettera riguarda Onesimo, schiavo di Filemone.
Come abbiamo già accennato, questi era un uomo facoltoso, mentre Onesimo era uno schiavo che lavorava per lui e che era fuggito da Filemone, probabilmente derubandolo (v. 18). Durante la sua fuga era giunto a Roma e, in qualche modo, in una prigione aveva trovato Paolo, al quale aveva raccontato di aver fatto un torto al suo padrone. L'apostolo aveva parlato ad Onesimo della grazia salvifica di Dio, ed egli si era convertito al Signore. Secondo le vigenti leggi sulla schiavitù, Paolo sapeva che lo schiavo doveva ritornare al suo legittimo proprietario. Essendo però Onesimo diventato un discepolo di Cristo, l’apostolo aveva deciso di scrivere al suo amico Filemone incoraggiandolo a riceverlo come un fratello in Cristo.

Nella lettera, Paolo chiede accoratamente di accogliere, perdonare e riconoscere il nuovo stato di Onesimo come fratello nella fede.
In questa storia si nota come il cristianesimo superi le barriere sociali, cambi radicalmente le relazioni. Il nocciolo della richiesta di Paolo è che Onesimo deve essere accolto come un caro fratello (v. 16). Nella famiglia di Cristo si è uniti nel suo amore.

Dunque lo scopo della missiva era di intercedere presso Filemone affinché perdonasse lo schiavo e lo ricevesse come un fratello in Cristo. Qualcuno ha descritto questa lettera come una gemma perfetta di delicatezza, generosità e cortesia, culminante in un affettuoso appello a Filemone perché riceva Onesimo come avrebbe ricevuto Paolo.
La Bibbia non ci dice come è andata a finire questa storia: non sappiamo quale accoglienza sia stata riservata ad Onesimo dal suo padrone, ma vogliamo credere che Cristo abbia operato nel cuore dell’uno e dell’altro.
Per la legge romana, uno schiavo fuggitivo doveva aspettarsi la flagellazione, la crocifissione o il combattimento nell’arena, ma Paolo spinse Filemone a concedere la grazia. Paolo non ignorava i reati dello schiavo, né dimenticava il debito che aveva contratto con il suo padrone, tanto che si offrì di pagarlo lui stesso (v. 19). In questa sua offerta c’è un riflesso del messaggio che troviamo nel Vangelo: Cristo ha agito verso di noi con amore pagando il prezzo per risanare la nostra relazione con Dio.
La difesa dell’apostolo Paolo in favore di Onesimo illustra magnificamente quella del nostro Signore Gesù verso coloro che sono stati liberati dalla schiavitù del peccato.
Noi, come Onesimo, ci eravamo ribellati a Dio, rifiutandoci di servirlo nel modo giusto e quindi ci siamo resi colpevoli verso di Lui. Gesù Cristo, però, ci ha trovati e, per la sua grazia, ha operato un cambiamento in noi e ha interceduto per noi presso il Padre, affinché potesse accordarci il suo perdono e accoglierci nuovamente nella sua famiglia.
Ma il messaggio del Vangelo va ancora oltre.
Vivere come cristiani, come figli di Dio, significa assomigliare sempre più a Gesù.
L’appello al perdono fatto da Paolo ci ricorda che siamo chiamati ad esercitare il vero perdono. Egli non sta semplicemente chiedendo a Filemone di perdonare Onesimo, ma di accettarne la presenza, di accoglierlo come un fratello (vv. 16-17).
E qui ritorna un principio semplice presente in tutto il NT: agite nei confronti degli altri come Dio ha agito nei vostri confronti, perdonate così come siete stati perdonati (Matteo 6:5-15; Efesini 4:31-32).

Dio vi tende la mano attraverso Cristo Gesù. Egli vuole offrirvi la riconciliazione con il vostro Creatore.
Solo allora sarete capaci di riconciliarvi con il vostro prossimo. Il Vangelo rinnova le vite, trasforma i rapporti interpersonali, dona pace e gioia.
Vogliamo invitarvi a riflettere su questi argomenti e, mentre leggete la Lettera di Paolo a Filemone, chiedete a Dio di parlare al vostro cuore. Buona lettura.

 

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La lettera a Tito e le due lettere a Timoteo sono sempre state trattate dagli studiosi come un gruppo unico, perché hanno tanto in comune, non solo nello stile, ma anche nel contenuto. Molte delle esortazioni in esse contenute sono chiaramente personali, ma allo stesso tempo buona parte del materiale sembra essere destinato alle comunità in cui Timoteo e Tito svolgevano il loro ministero.

Tito era un greco convertitosi inseguito alla predicazione di Paolo. Non viene mai nominato nel libro degli Atti, ma il suo nome compare spesso nelle lettere di Paolo. Come Timoteo, anche Tito era giovane, pieno di talento e intimo amico dell’apostolo. Troviamo il suo nome in collegamento con la chiesa di Corinto, che visitò almeno due volte per risolvere alcune situazioni e portare le lettere di Paolo. Il fatto che Paolo lo scegliesse per compiti così delicati indica che doveva considerarlo un uomo capace, saggio e pieno di tatto.
L’opinione prevalente è che, dopo la liberazione della prima prigionia romana, Paolo sia tornato insieme a Tito verso oriente, facendo tappa a Creta. Siamo intorno all’anno 63 d.C. Sappiamo che Tito fu lasciato a Creta per organizzare le chiese. Quest’isola a sud-est della Grecia vantava un’antica civiltà, ma pessimi costumi e morale: è interessante, a riguardo, la citazione del poeta cretese Epimenide (600 a.C.) che Paolo inserisce nella lettera che stiamo esaminando: «Uno dei loro, proprio un loro profeta, disse: “I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri”» (1:12).

Vediamo ora più da vicino il contenuto di questa lettera.
Fu scritta probabilmente nel 65 d.C., dopo la prima prigionia di Paolo e la successiva scarcerazione. Per la sua somiglianza con la prima lettera a Timoteo, si ritiene sia stata scritta nello stesso periodo. L’una e l’altra trattano lo stesso argomento: la nomina di guide spirituali idonee per le nascenti comunità. Sia Tito a Creta che Timoteo ad Efeso erano chiamati a risolvere problemi simili: stabilire degli anziani in ogni città (1:5), esporre insegnamenti conformi alle Sacre Scritture (2:1) e ricordare l’autorità certa della Parola di Dio (1:9).
Per tali argomenti, la lettera a Tito, e le due indirizzate a Timoteo, sono importanti anche per la nostra età moderna. Esse hanno sempre fornito saggi consigli pratici ai responsabili delle chiese cristiane.


Il primo capitolo tratta della costituzione degli anziani (detti anche vescovi) in alcune chiese locali dell’isola di Creta. Paolo riferisce con cura ciò che Tito doveva riscontrare in coloro che sarebbero stati preposti alla guida della chiesa. Due importanti requisiti erano la capacità nell’insegnare e la presenza di un temperamento trasformato dall’opera di Dio nella propria vita. L’apostolo, inoltre, riassume brevemente l’impatto che la vera conversione necessariamente produce nell’individuo (3:3-8). Altrimenti, per dirla con il noto predicatore Spurgeon, «Se il tuo cuore non è santo e la tua vita non è trasformata, non sei salvato. Se il Salvatore non ti ha santificato, rinnovato dandoti amore per la santità e odio per il peccato, non puoi essere una nuova creatura. La Grazia che non ci rende meglio dei perduti non può essere grazia.»
L’idea centrale che riscontriamo in questa lettera è che le buone opere non costituiscono la base della salvezza, ma ne sono certamente la dimostrazione.
Quelli che si dicono cristiani devono dimostrarlo portando frutti degni della fede che è in loro. A questo proposito vi invitiamo, a leggere il breve approfondimento «Fede o buone opere: cosa viene prima?».

Gli altri due capitoli affrontano il tema del comportamento delle varie categorie di membri della chiesa locale. Giovani, vecchi, uomini e donne, casalinghe e lavoratori, in ogni ambito della vita i cristiani devono manifestare la grazia di Dio.
Paolo menziona anche in questa lettera il ritorno di Gesù e ne parla come di una verità molto pratica e concreta. Il fatto che Gesù tornerà sulla terra non viene mai presentato come un discorso astratto per soddisfare le nostre curiosità sul futuro, ma uno stimolo a vivere una vita santa in attesa del Suo ritorno.

Tu sapevi che Cristo ritornerà? Scrivici per saperne di più!

 

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Il nome Timoteo letteralmente significa “colui che onora Dio”.
Egli era un giovane credente di Listra (Atti degli Apostoli 16:1), nell’odierna Turchia, figlio di un greco e di una donna ebrea. La madre e la nonna di Timoteo lo avevano educato alla conoscenza delle Sacre Scritture sin dalla sua infanzia (2 Timoteo 1:2). Timoteo godeva di una buona reputazione tra i credenti di quella regione, tanto che Paolo nel suo secondo viaggio missionario, ripassando da quelle zone, lo volle come collaboratore. Da allora lavorò fianco a fianco nell’opera del Vangelo con Paolo, il quale, a volte, lo mandava in missione con dei compiti particolari.

La prima lettera a Timoteo riporta che egli ricevette l’incarico di recarsi nella chiesa di Efeso per risolvere dei problemi che vi si erano venuti a creare (1:3).
Anche lui, come Paolo, finì in prigione per la fede ed infatti in Ebrei 13:23 si accenna ad una scarcerazione. La tradizione vuole che sia morto martire in un tumulto popolare ad Efeso, sotto l’imperatore Nerva. La particolare situazione storica dietro queste due lettere non è facile da ricostruire. Sono indicati luoghi geografici dove Paolo si era recato di recente, ed è evidente che poco prima di scriverle, egli aveva viaggiato in Asia, a Creta ed in varie parti d’Europa. Sembra che l'apostolo sia ritornato a Roma nel periodo in cui scriveva la seconda lettera a Timoteo.
È difficile inserire tali dati storici nel racconto riportato nel libro degli Atti degli apostoli, dunque è probabile che i movimenti di Paolo descritti in queste lettere debbano essere collocati dopo gli arresti domiciliari menzionati alla fine del libro degli Atti.
Paolo sembra rendersi conto che il suo tempo su questa terra sta finendo e la sua preoccupazione è dare delle linee guida a coloro che continueranno la sua missione e occuperanno posti di responsabilità. Egli sta valutando la necessità di confermare certe disposizioni per l’organizzazione della chiesa e indicazioni riguardo ai responsabili delle comunità, istruzioni che aveva già trasmesso oralmente ai suoi collaboratori (Tito 1:5).

Nella prima lettera, Paolo manda al suo discepolo una serie di consigli pratici, per aiutarlo a trattare con saggezza i problemi che sorgevano nella comunità cristiana di Efeso. Ad Efeso le conversioni si moltiplicavano e i cristiani si riunivano in centinaia di piccoli gruppi in varie case, sotto la guida di alcuni anziani o vescovi. Sembra che il compito principale di Timoteo fosse quello di preparare gli anziani a svolgere il loro compito di cura pastorale, infatti Paolo fornisce un quadro completo delle responsabilità di un servitore di Dio.
Timoteo viene incoraggiato ad essere un esempio e a mantenere un fermo atteggiamento contro le false dottrine.
Al termine Paolo si sofferma sul malsano desiderio di diventare ricchi e sul pericolo di considerare la religione come fonte di guadagno. «L’amore per il denaro »- scrive - «è la radice di tutti i mali.»

La seconda lettera che Paolo scrisse a Timoteo è anche l'ultima di cui abbiamo testimonianza, cronologicamente parlando (siamo intorno all’anno 65), e possiamo considerarla il suo testamento spirituale. Paolo si avvicina alla fine della sua vita: è a Roma, ma stavolta incatenato come un criminale (2:9). Abbandonato da quasi tutti, attende il martirio (4:6). Nel frattempo, i cristiani si perdono in chiacchiere inutili (2:16), ci sono quelli che si oppongono alla verità del vangelo (3:8), mentre alcuni addirittura se ne allontanano, sotto l’influenza di falsi insegnanti (4:3-4).
Così questi quattro capitoli contengono le commoventi esortazioni di un uomo di Dio, ormai vecchio, che trasmette le sue ultime istruzioni al discepolo Timoteo. Con fervore lo incoraggia a perseverare, a esortare i credenti, ad adempiere al suo ministero di evangelista. Paolo ricorda a Timoteo la grande eredità spirituale ricevuta dalla madre Eunice e dalla nonna Loide. Era stato chiamato ad essere guida per la chiesa, doveva farsi coraggio e lasciare da parte le sue paure. Con una serie di brevi immagini, Timoteo riceve indicazioni da cui trarre ispirazione per forgiare il suo temperamento: per essere come un soldato, un atleta, un agricoltore, uno che sa soffrire, che sopporta la fatica.
In 83 versetti Paolo descrive incisivamente le diverse caratteristiche della vera vita cristiana, rilevando che non si cammina con Cristo senza soffrire, e questo pensiero è come un riflesso dell’ultima esperienza che egli sta vivendo. Lo consola il fatto che può contare su Timoteo che è in grado di prendere il testimone dalla sua mano, quando egli stesso avrà terminato la sua corsa.

A chiusura della lettera, Paolo parla di se stesso, dando l’immagine di un uomo solo, abbandonato dagli amici, desideroso del suo mantello per scaldarsi e di riavere i suoi libri. Desidera avere una presenza amica nell’ora della prova e invita il suo caro Timoteo a raggiungerlo prima che arrivi l’inverno.

C’è un tema che viene ripetuto e può essere usato come chiave di lettura. Per ben quattro volte l’apostolo usa l’espressione “Non avere vergogna ” (1:8, 12, 16, 2:15).

Questa frase è ancora oggi un'esortazione per ciascuno di noi: Cristo non ha avuto vergogna di insegnare, guarire, essere deriso, fustigato, ucciso per salvarci.

Noi siamo pronti a non avere vergogna di Lui?

 

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Diamo prima alcuni cenni sulla città di Tessalonica. Fu fondata da Cassandro verso il 317 a.C. nei pressi dell'antica Terme e chiamata Tessalonica dal nome di sua moglie, sorella di Alessandro Magno. Era la principale città della Macedonia, ma anche al tempo dell’impero Romano mantenne la sua importanza, perché, oltre ad avere un importante porto commerciale, era attraversata dalla via Ignazia, la grande strada militare che da Roma andava verso l’Oriente. Con l’attuale nome di Salonicco è ancora oggi la seconda città della Grecia e un importante porto marittimo.

Il racconto della nascita della chiesa a Tessalonica lo troviamo nel libro degli Atti al capitolo 17 (1-10). La chiesa venne fondata verso il 51 d.C., durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L'apostolo era arrivato in città in compagnia di Sila e Timoteo e, come era sua consuetudine, si era recato alla sinagoga, dove aveva cominciato a predicare il messaggio di Cristo, dimostrando ai Giudei, sulla base delle loro stesse Scritture, che Gesù è il Messia. Parecchi accolsero il Vangelo e fra questi un buon numero di persone provenienti dal paganesimo. Ma l’opposizione da parte delle autorità della comunità ebraica indusse Paolo ad abbandonare la sinagoga e cercare un’altra sede in cui esporre il Vangelo; anche in quella situazione, però, l'opposizione fu talmente forte che i missionari furono costretti a lasciare la città. I tre compagni di viaggio si recarono a Berea. Paolo lasciò sul posto Sila e Timoteo e prosegui da solo verso Atene. Era in ansia per la giovane chiesa di Tessalonica, così quando fu raggiunto dai suoi due compagni, rimandò immediatamente indietro Timoteo per raccogliere notizie sui nuovi convertiti di Tessalonica e, nel frattempo, da Atene si trasferì a Corinto. Timoteo lo raggiunse con buone notizie. I cristiani di Tessalonica stavano affrontando coraggiosamente la persecuzione. Queste notizie sollevarono lo spirito di Paolo, il quale, procuratosi inchiostro e pergamena, scrisse la sua prima lettera ai Tessalonicesi.

In questa lettera, Paolo ringrazia Dio per i credenti di Tessalonica, per come hanno accolto la buona notizia del Vangelo e sono divenuti, quindi, un esempio per altri che lo vorrebbero ascoltare. Nella prima sezione della lettera, l'apostolo spiega loro come affrontare con fermezza le avversità che stanno attraversando. La seconda sezione inizia con un’esortazione ad una vita santa. Paolo arriva poi a parlare del ritorno di Cristo e questo gli offre l’occasione per esortarli ad una vita vigilante. Il motivo di questa sezione, dedicata agli avvenimenti futuri, sembra dovuto alla preoccupazione di alcuni cristiani di Tessalonica per la sorte di quelli che, nella loro comunità, erano morti prima del ritorno di Cristo. Paolo chiarisce che coloro che muoiono prima di questo evento parteciperanno ugualmente alla sua venuta.

Passiamo adesso alla seconda lettera, scritta probabilmente pochi mesi dopo la prima. Anche in questo caso troviamo un accenno alla perseveranza dei cristiani di Tessalonica e al fatto che essi erano un esempio per gli altri. Sembra che alcuni credessero che il ritorno del Signore fosse già avvenuto; Paolo risponde parlando degli eventi che devono aver luogo prima di quel giorno. L’apostolo spiega che, prima che il Signore ritorni, devono realizzarsi due condizioni: ci dovrà essere l'abbandono della fede da parte di molti e l'Anticristo dovrà venire sulla terra. Questo passo è molto importante, perché spiega come saranno i tempi dell’Anticristo.

Dunque, mentre la prima lettera ai Tessalonicesi mette in evidenza l’imprevedibilità dell’arrivo di quel giorno “come un ladro di notte”, per usare un’espressione dell’apostolo, la seconda insiste su certi eventi che devono precedere il ritorno del Signore (capitolo 2).

Più avanti, Paolo affronta in particolare il problema di coloro che si rifiutavano di lavorare. Era giusto che i Tessalonicesi si preparassero al ritorno del Signore, ma alcuni di loro pensavano addirittura che esso fosse così imminente che non valesse più la pena di guadagnarsi onestamente la vita lavorando con le proprie mani. Alcuni credenti erano così convinti che avevano smesso di lavorare, vivendo disordinatamente, ma ciò non costituiva certo una buona testimonianza. Paolo corregge i cristiani di Tessalonica, dicendo loro chiaramente che l’avvento del Signore non sarebbe stato immediato e li esorta a tornare a lavorare. Presenta, allora, come esempio di fatica e di autosufficienza economica il lavoro che egli e i suoi collaboratori avevano svolto mentre erano a Tessalonica.

Paolo conclude la lettera augurando ai Tessalonicesi la pace del Signore e con un saluto scritto di suo pugno.

 

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Situata nella valle del fiume Lico, nell’odierna Turchia, Colosse era una piccola città, meno importante delle vicine Laodicea e Ierapoli. In tutti e tre questi centri si erano costituite delle chiese cristiane (4:13). Paolo aveva attraversato la regione già due volte, nel secondo e nel terzo viaggio missionario (Atti degli Apostoli 16:6, 18:23). Con molta probabilità, la chiesa fu il risultato dell’opera di Paolo a Efeso, distante circa 160 chilometri da Colosse. L’effetto della predicazione di Paolo a Efeso fu di notevole e vasta portata, possiamo dunque immaginare che qualche cittadino di Colosse, avendo udito il Vangelo a Efeso e accettato la fede in Cristo, avesse in seguito fondato una chiesa nella sua città di origine.

La lettera ai Colossesi è stata scritta con tutta probabilità durante la carcerazione romana di Paolo, intorno al 62 d.C.

Epafra, credente e responsabile della chiesa, aveva raggiunto Paolo (1:7-8) per parlargli della situazione che si era creata a Colosse. Diversi riferimenti ci fanno capire che alcuni stavano cercando di persuadere i Colossesi a seguire insegnamenti fuorvianti. Paolo scrive alla chiesa per correggere questi insegnamenti e riportare i credenti a focalizzare sulla persona di Cristo.

I primi capitoli sono dedicati all’esposizione della dottrina cristiana, in cui Cristo è il perno attorno al quale ruota tutto il discorso. Gesù ha il primato in ogni cosa (1:18). La sua preminenza è dovuta al fatto che egli è l’immagine di Dio (1:15) e la pienezza di Dio (1:19). Gesù è il Creatore (1:16) ed è il capo della chiesa (1:18). La sua opera è stata completa: può liberare dal potere delle tenebre (1:13) e può redimerci dal peccato (1:14). Tutte le cose sono riconciliate con Dio mediante il sangue della croce (1:20ss.) e sempre attraverso la croce, le potenze spirituali sono state disarmate (2:15). Cristo inoltre è la vita del credente (3:4).

Qualcuno ha riassunto la lettera ai Colossesi con una parola: pienezza. Infatti Gesù Cristo è pienamente Dio (2:9, 1:15), pienamente glorioso nella sua ricchezza (1:27), pienamente Signore sulla chiesa (1:18, 2:6) e pienamente trionfante sulle potenze del male (2:15). In lui si trovano tutta la pienezza di Dio (1:19) e tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (2:3). In lui il Padre ha riconciliato con sé tutte le cose (1:20). Gesù Cristo ha compiuto in modo definitivo e pieno l’opera di salvezza (1:14, 2:13-14). Egli è prima di ogni cosa , sopra ogni cosa, è capo della chiesa, principio della realtà, primogenito di ogni vita (1:15-20). “Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui” (1:17), dunque tutta la realtà è comprensibile alla luce di Cristo.

Nei capitoli seguenti, Paolo rivolge la sua attenzione a questioni di ordine pratico; gli insegnamenti devono avere degli effetti concreti per la vita e le relazioni umane. L’apostolo afferma che una dottrina sana si esprime in una vita santa. Il cristiano è “risorto con Cristo”, vive per Cristo e deve, dunque, manifestare la vita di Cristo in ogni situazione della sua esistenza. Non c’è rottura tra la dottrina e il comportamento, semmai il comportamento è determinato dagli insegnamenti ricevuti. Se la persona e l’opera di Cristo si distingue per la sua pienezza, così è della vita cristiana che Paolo descrive in questa lettera. Essa nasce dall’annuncio della totalità della Parola di Dio (1:25), deve essere ricolma della conoscenza della volontà di Dio (1:9) deve abbondare nel ringraziamento (2:7). Insomma, per dirla come Paolo: “voi avete tutto pienamente in Lui” (2:10). I cristiani sono persone che camminano verso la completezza (4:12). Non sono perfetti, ma sono ricolmi della pienezza di Cristo.

Lo gnosticismo tendeva a separare nettamente lo spirito dal corpo; nell'autentico insegnamento cristiano, invece, tutto l’essere vive la vita nella pienezza di Cristo, non ci sono aspetti della vita in cui Cristo deve essere ritenuto un estraneo. I sentimenti, la famiglia, il lavoro, la chiesa, la politica, il tempo libero, i doveri e quant’altro sono sottomessi alla signoria di Cristo e vissuti pienamente. Questa è la vita del vero cristiano.

Soffermiamoci ora su alcuni brani della Lettera ai Colossesi. Al capitolo 1 Cristo è esaltato in quanto Signore della creazione (1:15-17) e non solo, anche autore della riconciliazione. Ecco le parole di Paolo:

«E voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie,
ora Dio vi ha riconciliati nel corpo della carne di lui, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili”» 
(1:21-22).

Paolo dice che le nostre opere sono malvagie e ci rendono nemici di Dio. Solo attraverso la morte di Cristo possiamo essere riconciliati. Poi al capitolo 2, versetti 13 e 14, usa un’immagine per chiarire come la morte di Cristo realizza la riconciliazione:

«Voi, che eravate morti nei peccati … voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati;
egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l'ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce.»

Il senso del discorso dell'apostolo Paolo è che non possiamo essere salvati per mezzo delle nostre buone azioni, perché le nostre “buone” azioni sono imperfette. Per usare le parole di un profeta dell’Antico Testamento, agli occhi di Dio sono un “abito sporco” (Isaia 64:6).

Non è così che Dio ci salva. La salvezza non consiste nel far pareggiare i conti delle nostre azioni, non è un calcolo da ragioniere dove le buone opere rappresentano le entrate e le cattive opere rappresentano le uscite. Se il metodo è la valutazione delle nostre azioni, non c’è speranza: chiuderemo sempre in passivo. La speranza però c’è, ed è in Cristo.

Paolo dice che tutte le nostre cattive azioni devono essere cancellate dal documento dove si trovano scritte. La cancellazione è avvenuta quando il documento su cui erano elencate le nostre azioni fu “inchiodato alla croce”. In che modo fu “inchiodata” quella lista che ci condannava? Non fu un foglio di carta ad essere inchiodato alla croce, ma Cristo. Fu così che Egli è diventato il documento di condanna che conteneva le mie azioni cattive. È stato Lui a subire la mia condanna. Ed è stato Lui a donarmi la salvezza. Ecco perché Cristo è l’unica via per riconciliarci con Dio.

 

51 colossesi

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Paolo scrisse la Lettera ai Filippesi mentre si trovava a Roma; è infatti una delle lettere scritte dalla prigionìa.
L’origine della chiesa di Filippi è descritta dettagliatamente in Atti degli Apostoli 16 (12-40). La prima a nascere in Europa, essa venne fondata verso il 51 d.C., durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L’apostolo decise di andare a Filippi in seguito ad una visione, nella quale vide un macedone che gli diceva: «Passa in Macedonia e aiutaci». Paolo ed i suoi collaboratori cambiarono allora i propri programmi e decisero di recarsi in Macedonia. La prima persona a convertirsi fu Lidia, una donna ricca e distinta. Sebbene fosse di origine pagana, era stata attratta dalla religione ebraica ed era timorata di Dio. Quando sentì predicare Paolo, credette in Gesù Cristo e fu battezzata con la sua famiglia. In seguito, Paolo e Sila furono arrestati con una falsa accusa e fu in quell'occasione che il soldato di guardia alla prigione dove essi erano detenuti si convertì con la sua famiglia. Così venne a formarsi il primo nucleo della comunità cristiana.

Ora qualche cenno sulla città di Filippi. La storia e il nome della città sono collegati con Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, che la fece ingrandire e fortificare intorno all’anno 360 a.C. Situata in una regione fertile e ricca di sorgenti, nella parte settentrionale di quella che oggi conosciamo come Grecia, era nota per le sue miniere d’oro. Distrutta dalle guerre, fu ricostruita dall’imperatore Augusto, che ne fece una colonia romana, con tutti i privilegi che un municipio di provincia potesse ottenere. Era abitata prevalentemente da romani, ma c’erano anche macedoni, greci e alcuni ebrei. I suoi abitanti erano fieri di essere cittadini romani.

La scelta di Filippi come luogo di lancio del Vangelo in Europa era conforme alla strategia missionaria di Paolo, il quale, infatti, sceglieva località importanti come trampolini di lancio da cui la Buona Notizia si sarebbe potuta propagare.

Quale motivo spinse Paolo a scrivere la lettera ai cristiani di Filippi?

L’apostolo desiderava confermare di aver ricevuto il dono in denaro che essi gli avevano inviato per mezzo di uno dei membri della chiesa, Epafròdito. Paolo fu profondamente toccato dalla loro generosità, anche perché ilmessagggero dei Filippesi aveva rischiato di perdere la vita durante il viaggio (2:25-30; 4:18); quando Epafrodito si riprese, Paolo lo rimandò a Filippi, insieme a Timoteo, con questa bellissima lettera. Le particolari attenzioni che continuamente i cristiani di Filippi mostravano all’apostolo furono per lui sempre motivo di consolazione. Non ci stupiamo quindi che il suo scritto sia carico di affetto e che, in altre occasioni, l’apostolo abbia lodato questi credenti con parole di alta stima (2 Corinzi 8:1-6).

In questo scritto, una caratteristica emerge sulle altre: la gioia che lo permea in tutte le sue parti. La sua lettura è davvero incoraggiante: “gioia” e “rallegrarsi” sono le parole più frequenti.

Vediamo, ad esempio, che l’apostolo gioisce nella preghiera (1:4) e dei risultati delle sue fatiche (4:1), gioisce nel sapere che il Vangelo è predicato (1:18), gioisce nella sofferenza anche se questa dovesse condurre alla morte (2:17). Egli esorta i suoi lettori a rallegrarsi nel Signore (3:1, 4:4). Vuole che essi abbiano la gioia della fede (1:25), la gioia della comunione fraterna (2:28) e che, come lui, si rallegrino anche nella prova e nella sofferenza (1:29).

È impressionante notare come l’autore sia capace di gioire, e incoraggiare alla gioia, in un momento tanto difficile della sua vita. Paolo era prigioniero di Nerone, le sue parole non provenivano dalla pace e dalla tranquillità di una vacanza al mare. Al contrario, chi scriveva stava aspettando una sentenza che avrebbe potuto significare la sua morte.  Paolo sapeva gioire perché era consapevole che la sua unione con Cristo non dipendeva dalle circostanze più o meno favorevoli.

Ecco un riassunto del contenuto della lettera:

Dopo i saluti, Paolo ringrazia Dio per i Filippesi, ricorda la sua costante preghiera per loro, dà alcune notizie sulla sua prigionia, poi racconta le sue esperienze di prigioniero. Esorta i Filippesi a vivere in modo degno del Vangelo di Cristo, seguendo il suo esempio di umiltà. Nel capitolo 2 troviamo la sublime dichiarazione dell’umiltà del Signore Gesù, seguita dalla glorificazione. Questo è il punto in cui la lettera raggiunge il suo apice. Dopo un intermezzo in cui parla di Epafròdito e Timoteo, Paolo racconta il suo passato di persecutore, la sua esperienza nella vita cristiana e invita i Filippesi a stare in guardia verso quelli che insidiano il loro cammino.

L'apostolo conclude con un appello all’unità della Chiesa e dei consigli su come sentire, pensare e agire. Ringrazia i Filippesi per la rinnovata generosità e chiude con i saluti e una benedizione.

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La lettera agli Efesini è uno dei libri del Nuovo Testamento che più riscuote interesse ed apprezzamento fra i lettori. Il motivo è costituito dai suoi contenuti teologici, dalle espressioni di preghiera e di adorazione e dai consigli pratici che vi si trovano.

Efeso era un prospero centro commerciale sulle rive del mare Egeo, alle porte dell’Asia minore. Era celebre soprattutto per il tempio di Diana, una delle sette meraviglie del mondo. L’apostolo Paolo rimase tre anni ad Efeso (Atti degli Apostoli 20:31) e la sua missione portò molti risultati. Ogni giorno insegnava nella scuola di un certo Tiranno (Atti 19:9) e da Efeso, la Parola di Dio si diffuse in tutte le province dell’Asia, mentre una solida testimonianza si stabilì in città. I credenti, in un primo momento, si incontravano nella casa di Aquila e Priscilla (Atti 18:26 e 1 Corinzi 16:19), la coppia di cristiani ebrei che aveva collaborato con Paolo a Corinto.
Di ritorno dal suo terzo viaggio missionario, l’apostolo Paolo organizzò un incontro con i responsabili della chiesa di Efeso (Atti 20:17-38). Ormai la comunità cristiana era ben fondata sulle Sacre Scritture e l’apostolo, prima di salutarli per l’ultima volta, li esortò a proteggere la chiesa a loro affidata dai i nemici della fede e a rimanere saldi nella verità del Vangelo.


La lettera agli Efesini, come pure quelle ai Colossesi, ai Filippesi e a Filemone, fu scritta da Roma mentre Paolo era in prigione.
Il libro degli Atti degli apostoli racconta dell’arrivo di Paolo a Roma sotto scorta armata e dei due anni trascorsi agli arresti domiciliari in una casa presa in affitto. È probabile che uno dei primi pensieri di Paolo, durante la prigionia, sia stato quello di scrivere ai suoi cari fratelli in fede, ed è in tale circostanza che l’apostolo inviò quattro lettere ricche di lode e adorazione a Cristo.
Siamo intorno all’anno 60 e Paolo si presenta non come prigioniero di Cesare, ma come prigioniero di Cristo (3:1), perché le sue catene contribuiscano ad incoraggiare i credenti che soffrono per la fede (3:13).

Entriamo ora nel merito del contenuto della lettera agli Efesini.
Si tratta di uno scritto focalizzato sulla chiesa. La chiesa è un organismo universale composto da singoli individui, cioè tutti coloro che sono salvati mediante la fede in Cristo Gesù. Una nuova unità è stata creata da Dio attraverso l’opera riconciliatrice della croce (2:16). In tal modo, ebrei e pagani sono entrati a far parte della famiglia di Dio, in cui sono abbattute tutte le barriere razziali, culturali e sociali.
C’è una sola chiesa e Cristo ne è il Capo.
L’apostolo Paolo usa tre figure per descrivere la chiesa:

  • Al capitolo 2 essa è raffigurata come un edificio, dal versetto 20 al 22 leggiamo: «Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l'edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell'edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito.»
  • La seconda immagine, proposta al capitolo 4, è quella del corpo: «Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione» (v.4). «È lui (Cristo) che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo» (11-12). «... seguendo la verità nell'amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo. Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l'aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare sé stesso nell'amore»(15-16).
  • Infine, la chiesa è rappresentata come una sposa. Capitolo 5, dal versetto 25 a 30: «Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l'acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile. Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama se stesso. Infatti nessuno odia la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.»

Nei primi tre capitoli, mentre sviluppa nel lettore il concetto di chiesa, l'apostolo focalizza sul ruolo di Cristo per tutti coloro che credono, sul concetto di grazia (qui puoi leggere l'approfondimento"La grazia e la giustizia: perchè Dio ci perdona?") e sull'unione che deriva dall'esperienza personale di Cristo confermata dallo Spirito Santo.
Infine, i capitoli 4, 5, e 6 insegnano quali dovrebbero essere le conseguenze pratiche per la vita e le relazioni umane: esortano a ricercare la santificazione in ogni aspetto della vita come conseguenza del rapporto con Dio, senza trascurare l'aspetto della lotta spirituale, che è possibile solo usando l’armatura completa di Dio (capitolo 6, dal versetto 10).

Bisogna notare che non c’è nessuna divisione netta tra la dottrina e l’etica, le quali sono strettamente interconnesse in quanto la seconda deriva dalla prima. Nell’autentico insegnamento cristiano non c’è uno scollamento tra la dottrina e il comportamento, ma lo stile di vita del cristiano è modellato giorno dopo giorno dall’insegnamento che si riceve dalle Sacre Scritture.

La lettura della lettera agli Efesini risulta scorrevole e coinvolgente: ti invitiamo ad assaporarne le parole attentamente. Buona lettura!

49 efesini

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Gli abitanti della Galazia, una regione che si trova al centro dell’odierna Turchia, erano un ramo dei Galli, quel popolo stanziatosi in Francia ma proveniente dal bacino settentrionale del Mar Nero in seguito alla grande migrazione verso Ovest.
Un esercito di Galli, chiamati anche Galati, invase la regione centro-settentrionale della Turchia e vi si stabilì, dando alla nuova patria il nome di Galazia.

Presumibilmente, la data di stesura di questa lettera è il 57 d.C., al termine del terzo viaggio missionario di Paolo, mentre egli si trovava forse ad Efeso o in Macedonia.

Paolo aveva molto a cuore i Galati: si erano convertiti al cristianesimo attraverso la sua predicazione durante il suo secondo viaggio missionario e avevano accettato con gioia il vangelo, dimostrando un grande affetto verso di lui (Galati 4.13-15).
Dopo la partenza di Paolo, erano arrivati in Galazia alcuni Giudei, i quali insistevano che i Gentili (ovvero tutte le popolazioni che non avevano origini ebraiche) non potevano essere cristiani senza osservare la legge di Mosè. I Galati diedero ascolto al loro insegnamento, accettando anche la pratica della circoncisione. Paolo venne a conoscenza dell'accaduto, e scrisse questa lettera per spiegare loro che, mentre la circoncisione era necessaria per entrare a far parte del popolo ebraico, essa però non era stata richiesta da Dio ai cristiani di origine non ebraica per essere salvati e fare parte della chiesa.

Vediamo in breve il contenuto della lettera nei suoi passaggi più significativi.
Dopo un breve saluto, Paolo passa a spiegare allo scopo della sua lettera. Si meraviglia dell’improvviso abbandono del Vangelo e li riprende accoratamente.
Risalendo all’Antico Testamento e citando Abramo come esempio, Paolo mostra che per essere salvati non bisogna FARE, ma CREDERE per FEDE. Abramo fu salvato per via della sua fede, e questo molto prima che la legge fosse data al popolo tramite Mosè. La vera funzione della legge è di convincere l’uomo di essere un peccatore: nessuno è in grado di adempierla in ogni cosa. Solo Cristo, che era senza peccato, ci è riuscito. Gesù, unico uomo giusto sulla terra, condannato ingiustamente ad una morte atroce, adempiendo la legge ha reso possibile la riconciliazione fra Dio e l'uomo, separati a causa del peccato. Questa è la grazia di Dio, ovvero che, nonostante non ce lo meritassimo, grazie al sacrificio di Gesù sulla croce e alla sua vittoria sulla morte attraverso la risurrezione, possiamo avere pace con Dio ed essere adottati come suoi figli. Per essere graditi a Dio non serve nessun tipo di rituale, non ci viene richiesto. Tutto ciò che ci viene richiesto è di credere veramente in Gesù come nostro Salvatore, confessare a Dio il nostro peccato e ottenere il perdono da Lui grazie a Gesù, che è morto al posto nostro, scontando sulla croce la condanna per i nostri peccati.
A tutti quelli che prendono questa decisione, Dio dona lo Spirito Santo, che li guida e li aiuta a vivere una vita che piace a Lui. Lo Spirito, e non la legge, ci dona l’identità di Figli di Dio.

Paolo incoraggia i Galati a perseverare nella libertà cristiana perché la legge può essere adempiuta attraverso l’amore (5:13-14).
La figura di Cristo è centrale in tutta la lettera, caratterizzata da affermazioni forti che si imprimono nella mente e fanno riflettere.
In conclusione, di queste affermazioni ne vogliamo riportare una, che trovate spiegata nell'approfondimento In bilico fra rituali e fede:

«Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!»  
(Galati 2:20).

 

48 galati

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Al tempo dell'apostolo Paolo, Corinto era una città cosmopolita, socialmente stratificata e con una forte presenza di schiavi. Era imperniata sugli interessi commerciali e caratterizzata da costumi immorali. Un viaggiatore dell’epoca poteva paragonare la città ad un pentolone contenente varie culture, stili di vita e religioni differenti. Paolo elenca all’interno della sua lettera quattro categorie di persone: Giudei, Greci, schiavi e liberi, che riflettono la composizione della città.

Durante il suo secondo viaggio missionario, l’apostolo Paolo da Atene giunse a Corinto intorno al 50 d.C. Insieme ad Aquila e sua moglie Priscilla, ebrei convertiti al cristianesimo, lavorò come fabbricante di tende e, durante il suo soggiorno di diciotto mesi in quella città, Paolo predicò ogni sabato nella sinagoga. In seguito si rivolse a coloro che non erano ebrei e, nonostante le solite opposizioni provenienti dai suoi connazionali, l’apostolo vide moltissime persone convertirsi al Signore. Quando l’apostolo lasciò la città per continuare la sua missione altrove, mantenne i contatti con la chiesa attraverso la corrispondenza e altre visite.

 

 

Ai Corinzi, Paolo indirizzò due lettere entrate a far parte del canone biblico. La prima venne scritta mentre egli si trovava ad Efeso, nel 55, mentre la seconda venne scritta dalla Macedonia intorno al 57 d.C.
Dal contenuto del testo, possiamo anche dedurre che Paolo stesse rispondendo a delle domande poste dalla chiesa di Corinto per iscritto.

In base a quello che si può leggere, i cristiani corinzi erano presto diventati orgogliosi e si erano così venute a creare delle divisioni nella chiesa. Orgoglio e divisioni sono spesso all’origine di mali ancora peggiori, ed infatti, nei capitoli 5 e 6 apprendiamo che gravi casi d’immoralità erano tollerati nella chiesa. Alla fine della lettera, Paolo menziona i nomi di Stefana, Fortunato e Acaico (vv. 16-17), membri della chiesa di Corinto che erano andati a trovarlo.
È probabile che questa rappresentanza abbia recapitato le domande sorte nella comunità di Corinto, alle quali l’apostolo risponde nei capitoli successivi. Dopo aver toccato i temi del matrimonio e del rispetto reciproco nelle scelte anche personali, Paolo esorta i Corinzi a non creare ostacoli al Vangelo e a vivere come se partecipassero ad una corsa con il proposito di ottenere il premio (9). Segue l’invito a lasciarsi istruire dalle tristi esperienze di Israele nel deserto (10).
Continuando nella lettura, apprendiamo che i Corinzi usavano i doni spirituali esibendoli per la loro gloria personale, piuttosto che per quella di Dio e per l'edificazione della chiesa. Paolo ricorda loro che l'amore per Dio e per il prossimo è alla base della vita cristiana (13).
Così, egli scrive una sorta d’inno all’amore che è uno dei brani più belli di questa lunga lettera e si trova al capitolo 13.
Al capitolo 15, invece, l’apostolo spiega in modo chiaro la resurrezione e, dopo aver trasmesso ai Corinzi questo fondamentale insegnamento, conclude la lettera con alcuni consigli pratici (16).

Veniamo ora alla seconda lettera.
Date le circostanze che si svilupparono a Corinto, la seconda lettera ai Corinzi contiene un’ampia difesa della sua autorità apostolica dovuta alla presenza di alcuni forti oppositori di Paolo.
Paolo parla della sua sofferenza (capitolo 1), delle sue lotte (4) delle sue speranze (5). Descrive il ministero di cui è stato incaricato da Cristo stesso e che è essenzialmente un ministero di riconciliazione (5). Spiega in che modo si è dedicato al suo servizio (6), sviluppa il tema della generosità e, nella parte finale della lettera, afferma la sua autorità apostolica presentando le sue credenziali e le sue esperienze, con il marchio del pericolo e della sofferenza fisica.
Paolo parla al cuore dei destinatari e mostra come alla sofferenza segua sempre la consolazione (1:3-7), nella nostra debolezza si faccia spazio la potenza di Dio (12:1-10). Questi contrasti sono l’elemento caratteristico della lettera.

 

46 primacorinzi

 

47 secondacorinzi

 

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La storia di Paolo è un chiaro esempio di come la religiosità possa spingere a fare grossi errori e di come Dio conosca in profondità i cuori. Possiamo leggere la storia della sua conversione nel capitolo 9 degli Atti degli Apostoli.

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