Il nome Giuda era molto comune in Israele. Il suo significato in lingua ebraica vuol dire“che Dio sia lodato”. Purtroppo questo nome non gode più di grande popolarità ed è quasi considerato sinonimo di traditore. Tutti, infatti, conoscono il più famoso Giuda Iscariota, il discepolo di Gesù che lo tradì.

Ma chi è l’autore di questa lettera?
Egli si presenta semplicemente come fratello di Giacomo, probabilmente riferendosi all’esponente della chiesa di Gerusalemme e autore dell’omonima epistola. In tal caso Giuda sarebbe un altro fratello di Gesù. Di questo Giuda i Vangeli non riferiscono altro. Soltanto Giovanni nel suo vangelo riporta che i fratelli del Signore non credevano in lui, ma dopo la resurrezione, come apprendiamo dal libro degli Atti, divennero suoi discepoli.

Lo storico della chiesa Eusebio (III-IV secolo d.C.) ci ha fatto pervenire dei resoconti storici dai quali si può facilmente dedurre che Giuda morì prima dell’anno 96. Questa lettera ha, dunque, una data di composizione che può essere collocata nell’ultimo quarto del I secolo. Non sappiamo a chi fosse indirizzata, perché la definizione dei destinatari al versetto 1 è generica.

Perché Giuda scrisse questa lettera?
Egli stava considerando attentamente la possibilità di scrivere ai destinatari una lettera di edificazione avente come tema la salvezza. Però, la notizia del diffondersi di una eresia che rischiava di corrompere i destinatari costrinse Giuda a cambiare programma e scrivere una lettera di ben altro tenore. I fratelli dovevano essere incoraggiati a combattere un nemico insidioso che si infiltra nella vita della chiesa. Si tratta di certi uomini che Giuda definisce senza mezzi termini “empi”, malvagi. Sostenevano che, una volta diventati cristiani, si fosse liberi di fare tutto ciò che si vuole, in una sorta di permissivismo che contraddice in termini anche la signoria di Cristo sulla vita del cristiano. Pensare che ogni cosa sia permessa perché siamo sotto la grazia, vuol dire negare ogni forma di autorità, pertanto anche ogni autorità divina, e Giuda si sente in dovere di focalizzare un problema così grave affinché i credenti sappiano valutare con intelligenza.
Questa lettera ci ricorda che la verità non deve essere solo annunciata, ma anche difesa contro quelli che la falsificano.

Nei versetti dal 5 al 7 sono citati tre esempi di giudizio per annunciare il castigo che subiranno i falsi insegnanti:

  • Il primo esempio è tratto da Israele liberato dalla schiavitù nel paese d’Egitto: è vero che il popolo fu liberato, tuttavia, alcuni furono giudicati per la loro incredulità e morirono. La lezione che possiamo trarne è che appartenere a un gruppo di cristiani oppure a una determinata chiesa non è garanzia di salvezza. Vivere in mezzo al popolo di Dio non vuol dire essere salvati. La salvezza è un fatto personale.
  • Il secondo esempio chiama in causa gli angeli ribelli, e qui il discorso è analogo: chi vive lontano da Dio, anche se fosse un angelo, non scamperebbe al giudizio divino, come non scamparono gli angeli ribelli.
  • Il terzo esempio è preso dalla storia di Sodoma e Gomorra: l’intercessione di Abramo e la presenza di Lot in una delle due città non furono sufficienti a evitare il giudizio divino. È necessario un ravvedimento, non di massa, ma personale.

La lettera chiude con un’invocazione a Dio, l’unico in grado di proteggere la chiesa e garantirne la tenuta fino alla fine dei tempi. Leggiamola nei versetti 24 e 25:

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria,
al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen.

 

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Prima di scoprire che cosa ha lasciato scritto l'apostolo Pietro, potrebbe essere utile leggere chi egli fosse nell'approfondimento «La scelta di Pietro: pesci o uomini?».

Le due lettere scritte da Pietro nacquero dalla spinta che l'autore ricevette dallo Spirito Santo ad esortare i cristiani sparsi nell’Asia Minore.
La prima lettera fu redatta probabilmente nell’anno 65, cioè nello stesso periodo in cui Nerone accusò i cristiani di aver incendiato Roma e Paolo dovette comparire in giudizio davanti a lui. La missiva portò certamente un gran conforto ai cristiani esposti al martirio in quel periodo.
L’umiltà di Pietro che trapela dallo scritto è un esempio: egli si identifica con i suoi fratelli e li incoraggia a diventare un esempio per gli altri.

Gli argomenti della prima lettera ruotano intorno alla persona e l’opera di Cristo per tutti noi. Pietro ricorda ai lettori che le sofferenze di Gesù sono state profetizzate nei secoli precedenti la sua venuta (1:11) e che la sua sofferenza è culminata nella morte, con la quale egli ha compiuto il sacrificio per i nostri peccati. Tutti coloro che credono in Gesù Cristo e lo ricevono come loro personale Salvatore sono liberati dalla condanna del peccato (2:24). Ma Gesù non è rimasto nella tomba, egli è risorto e attualmente siede alla destra di Dio, il quale, dunque, l’ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria (1:21). La morte e la resurrezione di Cristo sono i due punti principali del Vangelo. Manca, però, ancora un tassello: il ritorno di Cristo. Pietro spiega che il cristiano oggi vive nella gioia perché ha ricevuto immeritatamente il dono della salvezza, e si protende in avanti in attesa dell’apparizione del sommo Pastore (5:4).

Dopo aver toccato l'aspetto fondamentale della buona testimonianza, sia durante i tempi di libertà che in quelli di persecuzione, passa a parlare del ruolo della chiesa. L’uomo convertito non vive un’esistenza solitaria, ma viene inserito nella grande famiglia dei credenti: i cristiani sono delle “pietre viventi” che, sapientemente posate e avvicinate l'una all'altra da Dio, formano una casa spirituale (2:4-6). E ancora, essi sono un “corpo di sacerdoti” i quali offrono sacrifici spirituali (2:5) a Dio per mezzo di Cristo che è il Sommo sacerdote. Infine, i credenti sono, per effetto della nuova nascita, una “stirpe eletta”, “sacerdozio regale”, una “gente santa”, il “popolo di Dio”, che “Dio si è acquistato” (2:9-10). Questa è la chiesa, la quale ha come compito di proclamare le cose grandi che Dio ha fatto: chi crede era nelle tenebre, ma ora si trova nella “sua luce meravigliosa” (2:9).

Passiamo ora alla seconda lettera. Vi troviamo diverse cose che la accomunano alla seconda lettera che Paolo indirizza a Timoteo. Entrambe sono una sorta di testamento lasciato dagli apostoli ai loro eredi spirituali. Paolo è alla vigilia del martirio quando invia le sue ultime istruzioni a Timoteo e anche Pietro sente che la sua vita volge al termine.

L’apostolo desiderava mantenere vivo il ricordo dei suoi insegnamenti anche dopo la sua morte e aveva preso un impegno in tal senso. Leggiamo direttamente le sue parole, al capitolo 1, versetti dal 13 al 16:

E ritengo che sia giusto, finché sono in questa tenda, di tenervi desti con le mie esortazioni.
So che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come il Signore nostro Gesù Cristo mi ha fatto sapere.
Ma mi impegnerò affinché dopo la mia partenza abbiate sempre modo di ricordarvi di queste cose.

Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo,
non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà
.

Nel secondo capitolo, il discorso dell’apostolo diventa più incisivo sfociando in una forte denuncia del pericolo rappresentato dai falsi insegnanti. Infine, al capitolo terzo, invita i credenti a prepararsi alla prossima venuta del Signore: Cristo tornerà su questa terra e coloro che gli appartengono sono incoraggiati a vivere l'attesa nella pace, lontani dal peccato (3:14). Non ci viene detto né il luogo né chi siano i destinatari di questa lettera. Molti pensano che essa sia stata scritta a Roma come la prima lettera e che i lettori fossero i cristiani dell’Asia Minore.

Prima di concludere vogliamo puntare l'attenzione su una frase scritta da Pietro nella sua 1 lettera, al capitolo 3 v 18:

Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio.


Il significato del Vangelo può essere riassunto proprio con queste parole: Cristo ha sofferto per condurci a Dio. Ciò vuol dire che la missione di Cristo era proprio quella di guidarci a Dio: ci ha creati per stare con lui, alla sua presenza, per gioire della sua gioia, per godere della sua gloria. Il peccato ha snaturato ogni cosa e abbiamo rivolto la nostra attenzione, i nostri desideri, alla creatura invece che al Creatore. Attraverso l’opera di Cristo, Dio ha fatto tutto ciò che era necessario per conquistarci, per portarci a sé, darci vita eterna e renderci felici per sempre. Cristo ha allargato le braccia sulla croce per accoglierci alla presenza di Dio.

 

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Giacomo è un uomo che ebbe il privilegio di conoscere Gesù in modo intimo, diremo familiare.

Possiamo individuare come autore di questa lettera quel Giacomo che era la guida della chiesa di Gerusalemme. Giacomo è il primo di un elenco di quattro uomini che i Vangeli di Matteo e Marco indicano come i fratelli di Gesù (ti consigliamo di leggere in merito l'approfondimento "I fratelli di Gesù").
Secondo quando afferma Paolo nella prima lettera ai Corinzi, capitolo 15 verso 7, il Cristo risorto “apparve a Giacomo”. Fu probabilmente tale esperienza a indurlo alla conversione insieme al resto della sua famiglia.
Una notizia pervenutaci attraverso Giuseppe Flavio ed Egesippo, racconta che poco prima della distruzione di Gerusalemme ad opera dell’esercito romano (70 dC), quando molti Giudei stavano abbracciando il cristianesimo, il sommo sacerdote Anano, gli Scribi e i farisei (60-66 aC) riunirono il Sinedrio e comandarono a Giacomo di proclamare da una delle gallerie del tempio che Gesù non era il Messia. Ma Giacomo gridò invece che Gesù era il Figlio di Dio ed il Giudice del mondo. Allora i suoi nemici infuriati lo lapidarono, finché qualcuno pose termine alle sue sofferenze con una clava mentre egli era in ginocchio pregando: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Siamo intorno all’anno 62 dC.


Il contenuto della lettera è basato su argomenti pratici: l’autore insiste sulla fede che agisce.
L’epistola è rivolta “alle 12 tribù disperse nel mondo”, a sottointendere che lo scritto è indirizzato a ebrei convertitisi al cristianesimo, dovunque essi si trovino.

Subito dopo i saluti l’autore consola i lettori che si trovano nella sofferenza. Li incoraggia a rimanere fermi nella fede, mostrando loro da dove proviene la tentazione (1:2-21). Poi spiega ai cristiani che la fede vera non è fatta solo di parole, ma dal mettere in pratica la Parola di Dio (1:22-27). Aggiunge che esercitare preferenze a favore di alcuni, discriminando i più poveri è un peccato (2:1-3). Chiarisce come si manifesta la vera fede, che altrimenti senza le opere è morta (2:14-26). Esorta a tenere a freno la lingua (cap 3), sollecita ad abbandonare lo spirito litigioso e la fiducia riposta nella ricchezza (4.13 a 5:6). La lettera conclude con un incoraggiamento ad essere pazienti nella prova, costanti nella preghiera e attenti a ricondurre alla fede il peccatore smarrito.

Giacomo si schiera apertamente contro la fede solo intellettuale, il semplice “credere” che anche i demoni posseggono (2:19): le opere buone che si compiono sono i frutti di una vita veramente trasformata in Cristo.

Come abbiamo visto nella lettera di Paolo ai Romani, Dio conosce esattamente se abbiamo fede in lui e nel sacrificio di Cristo, e solo questo potrà renderci giusti davanti al suo cospetto. Giacomo però sottolinea un'altro aspetto: quando crediamo, la nostra vita cambia, e le opere che possiamo compiere dopo questo passaggio testimoniano di cosa è avvenuto in noi lasciando nel cuore degli uomini che le osservano la certezza che qualcosa è successo.

Il messaggio di Giacomo si ripercuote su tutti noi oggi: la fede separata dall’etica, le parole non seguite da fatti concreti, sono inutili. La Parola di Dio non va solo ascoltata, ma messa in pratica. La fede non va soltanto dichiarata, ma vissuta.

 

 

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Origene, influente dottore della chiesa di Alessandria (183-255 ca), affermò: «Lo sa solo Dio chi abbia scritto la Lettera agli Ebrei.» In molti sostengono che sia di Paolo, altri studiosi la attribuiscono a Barnaba, altri ancora hanno suggerito l’ipotesi di Apollo. Ma chiunque abbia redatto questo testo, avrà avuto le sue buone ragioni per non ritenere necessario accompagnarlo con la sua firma. Cercare di scoprirlo risulterà inutile, ci accontenteremo di non sapere.

Come per l’autore, la lettera non cita esplicitamente neppure i destinatari. Di certo è indirizzata a Ebrei che avevano riconosciuto Gesù come loro Messia, in quanto il contenuto è una discussione sulla relazione che intercorre tra Cristo, il sacerdozio levitico ed i sacrifici nel tempio.
Chi scrive la lettera, essendo anch’egli ebreo, li chiama tutti “fratelli”.

Possiamo invece stabilire la data intorno alla quale la lettera fu scritta.
Si capisce che i credenti ebrei ricordavano con un certo senso di nostalgia i primi tempi della loro vita cristiana: avevano perso il primo entusiasmo ed avevano bisogno di rinnovarsi. Da tutto ciò appare chiaro che la lettera non sia stata scritta nei primi anni dopo la Pentecoste, ma è probabile, invece, che fossero passati venti o trent’anni.
Dall’altra parte, è evidente che sia stata scritta prima della distruzione del Tempio, avvenuta ad opera dei Romani nel 70 d.C., infatti il sacerdozio giudaico continuava ancora a esercitarsi nel tempio di Gerusalemme (Ebrei 10:11).
Così possiamo pensare che la lettera la sua redazione risalga all'incirca agli anni 60- 65 d.C.

Diamo ora uno sguardo al contenuto.
Già i primi tre versetti sono un condensato di informazioni e andrebbero analizzati punto per punto per comprendere, e soltanto parzialmente, la figura di Cristo.
Dall’inizio fino al capitolo 12, versetto 3, si sviluppa un discorso unico.
Il testo appare più simile a un sermone che ad una lettera: infatti presuppone che il lettore conosca la storia del popolo di Israele, nonché gli aspetti cerimoniali della legge di Mosè. Ciò può naturalmente essere un ostacolo alla lettura di questo scritto per chi non conosce ancora bene il mondo della Bibbia, ma sicuramente esso aiuterà il lettore a vedere come i sacrifici dell'Antico Testamento prefigurassero il sacrificio perfetto e definitivo di Cristo.
Nella Lettera agli Ebrei, come nel libro della Genesi, non viene fatto alcun tentativo per dimostrare l'esistenza di Dio. Entrambi i libri partono dal presupposto che Dio esista, così come in generale tutta la Bibbia.
Il secondo presupposto che troviamo in Ebrei 1:1 è che “Dio ha parlato”.
Dio ha parlato ai patriarchi del popolo ebraico molte volte ed in molte maniere per mezzo dei profeti. Ha parlato poi per mezzo di suo Figlio Gesù e continua a parlare ancora al giorno d'oggi.
Lo scrittore dimostra in maniera inequivocabile la superiorità di Cristo rispetto ai profeti, agli angeli e a qualsiasi uomo citato nell'Antico Testamento. Gesù ha svolto un servizio sacerdotale molto più importante di quello di qualsiasi altro sacerdote del passato e del presente. (Vi invitiamo in merito a leggere l'approfondimento Una volta per tutte).Gesù è il perfetto sommo sacerdote che, essendo senza peccato, ha offerto se stesso una volta per tutte per pagare i peccati di tutto il mondo. Chiunque ha fede in lui può essere giustificato senza più bisogno di altri sacrifici.
La lettera termina mettendo in evidenza proprio la fede, la speranza e l’amore con un’insistente esortazione a vivere nella pratica un cristianesimo autentico. La vita viene paragonata ad una corsa, in cui il cristiano ha davanti a sé un chiaro obiettivo: realizzare tutto ciò che Dio lo chiama a fare, dovunque e in qualsiasi situazione Lui lo chiami a vivere.

La lettera ha pure uno scopo secondario, subordinato ma strettamente collegato a quello centrale: incoraggiare gli Ebrei del I secolo che non avevano ancora riconosciuto Gesù come loro Messia e Salvatore con vera fede, a farlo. Ricorda loro la fine della generazione di Ebrei che, usciti dall’Egitto, mancarono di fede e non entrarono nella terra promessa.
Questo avvertimento oggi vale anche per ogni uomo e ogni donna. Se manchiamo di fede e trascuriamo le promesse del Nuovo Patto, non entreremo nella vita eterna alla presenza di Dio.

 

58 ebrei

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La lettera a Filemone è la più breve lettera di Paolo (nell’originale greco si contano 335 parole) ed è anche la lettera più personale da lui scritta.
Filemone era un ricco pagano di Colosse diventato cristiano probabilmente ascoltando la predicazione di Paolo (v. 19), e la lettera a lui indirizzata fu scritta tra il 58 e il 60 d.C., mentre Paolo si trovava in una prigione romana.
La lettera a Filemone e quella inviata ai Colossesi sono strettamente collegate. Entrambe sono scritte dallo stesso luogo, indirizzate alla stessa chiesa e furono portate a Colosse da Tichico, collaboratore di Paolo. Entrambe menzionano circostanze simili sulla prigionia dell’apostolo e presentano una lista quasi identica di saluti personali. La città di Colosse fu probabilmente evangelizzata da alcuni colossesi che avevano ascoltato il Vangelo ad Efeso (Atti 19:10), nei due anni in cui Paolo aveva operato in questa città. Tra i membri della comunità di Colosse c’erano Epafra, Filemone, Apfia e Archippo.

Il nocciolo della lettera riguarda Onesimo, schiavo di Filemone.
Come abbiamo già accennato, questi era un uomo facoltoso, mentre Onesimo era uno schiavo che lavorava per lui e che era fuggito da Filemone, probabilmente derubandolo (v. 18). Durante la sua fuga era giunto a Roma e, in qualche modo, in una prigione aveva trovato Paolo, al quale aveva raccontato di aver fatto un torto al suo padrone. L'apostolo aveva parlato ad Onesimo della grazia salvifica di Dio, ed egli si era convertito al Signore. Secondo le vigenti leggi sulla schiavitù, Paolo sapeva che lo schiavo doveva ritornare al suo legittimo proprietario. Essendo però Onesimo diventato un discepolo di Cristo, l’apostolo aveva deciso di scrivere al suo amico Filemone incoraggiandolo a riceverlo come un fratello in Cristo.

Nella lettera, Paolo chiede accoratamente di accogliere, perdonare e riconoscere il nuovo stato di Onesimo come fratello nella fede.
In questa storia si nota come il cristianesimo superi le barriere sociali, cambi radicalmente le relazioni. Il nocciolo della richiesta di Paolo è che Onesimo deve essere accolto come un caro fratello (v. 16). Nella famiglia di Cristo si è uniti nel suo amore.

Dunque lo scopo della missiva era di intercedere presso Filemone affinché perdonasse lo schiavo e lo ricevesse come un fratello in Cristo. Qualcuno ha descritto questa lettera come una gemma perfetta di delicatezza, generosità e cortesia, culminante in un affettuoso appello a Filemone perché riceva Onesimo come avrebbe ricevuto Paolo.
La Bibbia non ci dice come è andata a finire questa storia: non sappiamo quale accoglienza sia stata riservata ad Onesimo dal suo padrone, ma vogliamo credere che Cristo abbia operato nel cuore dell’uno e dell’altro.
Per la legge romana, uno schiavo fuggitivo doveva aspettarsi la flagellazione, la crocifissione o il combattimento nell’arena, ma Paolo spinse Filemone a concedere la grazia. Paolo non ignorava i reati dello schiavo, né dimenticava il debito che aveva contratto con il suo padrone, tanto che si offrì di pagarlo lui stesso (v. 19). In questa sua offerta c’è un riflesso del messaggio che troviamo nel Vangelo: Cristo ha agito verso di noi con amore pagando il prezzo per risanare la nostra relazione con Dio.
La difesa dell’apostolo Paolo in favore di Onesimo illustra magnificamente quella del nostro Signore Gesù verso coloro che sono stati liberati dalla schiavitù del peccato.
Noi, come Onesimo, ci eravamo ribellati a Dio, rifiutandoci di servirlo nel modo giusto e quindi ci siamo resi colpevoli verso di Lui. Gesù Cristo, però, ci ha trovati e, per la sua grazia, ha operato un cambiamento in noi e ha interceduto per noi presso il Padre, affinché potesse accordarci il suo perdono e accoglierci nuovamente nella sua famiglia.
Ma il messaggio del Vangelo va ancora oltre.
Vivere come cristiani, come figli di Dio, significa assomigliare sempre più a Gesù.
L’appello al perdono fatto da Paolo ci ricorda che siamo chiamati ad esercitare il vero perdono. Egli non sta semplicemente chiedendo a Filemone di perdonare Onesimo, ma di accettarne la presenza, di accoglierlo come un fratello (vv. 16-17).
E qui ritorna un principio semplice presente in tutto il NT: agite nei confronti degli altri come Dio ha agito nei vostri confronti, perdonate così come siete stati perdonati (Matteo 6:5-15; Efesini 4:31-32).

Dio vi tende la mano attraverso Cristo Gesù. Egli vuole offrirvi la riconciliazione con il vostro Creatore.
Solo allora sarete capaci di riconciliarvi con il vostro prossimo. Il Vangelo rinnova le vite, trasforma i rapporti interpersonali, dona pace e gioia.
Vogliamo invitarvi a riflettere su questi argomenti e, mentre leggete la Lettera di Paolo a Filemone, chiedete a Dio di parlare al vostro cuore. Buona lettura.

 

57 filemone

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La lettera a Tito e le due lettere a Timoteo sono sempre state trattate dagli studiosi come un gruppo unico, perché hanno tanto in comune, non solo nello stile, ma anche nel contenuto. Molte delle esortazioni in esse contenute sono chiaramente personali, ma allo stesso tempo buona parte del materiale sembra essere destinato alle comunità in cui Timoteo e Tito svolgevano il loro ministero.

Tito era un greco convertitosi inseguito alla predicazione di Paolo. Non viene mai nominato nel libro degli Atti, ma il suo nome compare spesso nelle lettere di Paolo. Come Timoteo, anche Tito era giovane, pieno di talento e intimo amico dell’apostolo. Troviamo il suo nome in collegamento con la chiesa di Corinto, che visitò almeno due volte per risolvere alcune situazioni e portare le lettere di Paolo. Il fatto che Paolo lo scegliesse per compiti così delicati indica che doveva considerarlo un uomo capace, saggio e pieno di tatto.
L’opinione prevalente è che, dopo la liberazione della prima prigionia romana, Paolo sia tornato insieme a Tito verso oriente, facendo tappa a Creta. Siamo intorno all’anno 63 d.C. Sappiamo che Tito fu lasciato a Creta per organizzare le chiese. Quest’isola a sud-est della Grecia vantava un’antica civiltà, ma pessimi costumi e morale: è interessante, a riguardo, la citazione del poeta cretese Epimenide (600 a.C.) che Paolo inserisce nella lettera che stiamo esaminando: «Uno dei loro, proprio un loro profeta, disse: “I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri”» (1:12).

Vediamo ora più da vicino il contenuto di questa lettera.
Fu scritta probabilmente nel 65 d.C., dopo la prima prigionia di Paolo e la successiva scarcerazione. Per la sua somiglianza con la prima lettera a Timoteo, si ritiene sia stata scritta nello stesso periodo. L’una e l’altra trattano lo stesso argomento: la nomina di guide spirituali idonee per le nascenti comunità. Sia Tito a Creta che Timoteo ad Efeso erano chiamati a risolvere problemi simili: stabilire degli anziani in ogni città (1:5), esporre insegnamenti conformi alle Sacre Scritture (2:1) e ricordare l’autorità certa della Parola di Dio (1:9).
Per tali argomenti, la lettera a Tito, e le due indirizzate a Timoteo, sono importanti anche per la nostra età moderna. Esse hanno sempre fornito saggi consigli pratici ai responsabili delle chiese cristiane.


Il primo capitolo tratta della costituzione degli anziani (detti anche vescovi) in alcune chiese locali dell’isola di Creta. Paolo riferisce con cura ciò che Tito doveva riscontrare in coloro che sarebbero stati preposti alla guida della chiesa. Due importanti requisiti erano la capacità nell’insegnare e la presenza di un temperamento trasformato dall’opera di Dio nella propria vita. L’apostolo, inoltre, riassume brevemente l’impatto che la vera conversione necessariamente produce nell’individuo (3:3-8). Altrimenti, per dirla con il noto predicatore Spurgeon, «Se il tuo cuore non è santo e la tua vita non è trasformata, non sei salvato. Se il Salvatore non ti ha santificato, rinnovato dandoti amore per la santità e odio per il peccato, non puoi essere una nuova creatura. La Grazia che non ci rende meglio dei perduti non può essere grazia.»
L’idea centrale che riscontriamo in questa lettera è che le buone opere non costituiscono la base della salvezza, ma ne sono certamente la dimostrazione.
Quelli che si dicono cristiani devono dimostrarlo portando frutti degni della fede che è in loro. A questo proposito vi invitiamo, a leggere il breve approfondimento «Fede o buone opere: cosa viene prima?».

Gli altri due capitoli affrontano il tema del comportamento delle varie categorie di membri della chiesa locale. Giovani, vecchi, uomini e donne, casalinghe e lavoratori, in ogni ambito della vita i cristiani devono manifestare la grazia di Dio.
Paolo menziona anche in questa lettera il ritorno di Gesù e ne parla come di una verità molto pratica e concreta. Il fatto che Gesù tornerà sulla terra non viene mai presentato come un discorso astratto per soddisfare le nostre curiosità sul futuro, ma uno stimolo a vivere una vita santa in attesa del Suo ritorno.

Tu sapevi che Cristo ritornerà? Scrivici per saperne di più!

 

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Il nome Timoteo letteralmente significa “colui che onora Dio”.
Egli era un giovane credente di Listra (Atti degli Apostoli 16:1), nell’odierna Turchia, figlio di un greco e di una donna ebrea. La madre e la nonna di Timoteo lo avevano educato alla conoscenza delle Sacre Scritture sin dalla sua infanzia (2 Timoteo 1:2). Timoteo godeva di una buona reputazione tra i credenti di quella regione, tanto che Paolo nel suo secondo viaggio missionario, ripassando da quelle zone, lo volle come collaboratore. Da allora lavorò fianco a fianco nell’opera del Vangelo con Paolo, il quale, a volte, lo mandava in missione con dei compiti particolari.

La prima lettera a Timoteo riporta che egli ricevette l’incarico di recarsi nella chiesa di Efeso per risolvere dei problemi che vi si erano venuti a creare (1:3).
Anche lui, come Paolo, finì in prigione per la fede ed infatti in Ebrei 13:23 si accenna ad una scarcerazione. La tradizione vuole che sia morto martire in un tumulto popolare ad Efeso, sotto l’imperatore Nerva. La particolare situazione storica dietro queste due lettere non è facile da ricostruire. Sono indicati luoghi geografici dove Paolo si era recato di recente, ed è evidente che poco prima di scriverle, egli aveva viaggiato in Asia, a Creta ed in varie parti d’Europa. Sembra che l'apostolo sia ritornato a Roma nel periodo in cui scriveva la seconda lettera a Timoteo.
È difficile inserire tali dati storici nel racconto riportato nel libro degli Atti degli apostoli, dunque è probabile che i movimenti di Paolo descritti in queste lettere debbano essere collocati dopo gli arresti domiciliari menzionati alla fine del libro degli Atti.
Paolo sembra rendersi conto che il suo tempo su questa terra sta finendo e la sua preoccupazione è dare delle linee guida a coloro che continueranno la sua missione e occuperanno posti di responsabilità. Egli sta valutando la necessità di confermare certe disposizioni per l’organizzazione della chiesa e indicazioni riguardo ai responsabili delle comunità, istruzioni che aveva già trasmesso oralmente ai suoi collaboratori (Tito 1:5).

Nella prima lettera, Paolo manda al suo discepolo una serie di consigli pratici, per aiutarlo a trattare con saggezza i problemi che sorgevano nella comunità cristiana di Efeso. Ad Efeso le conversioni si moltiplicavano e i cristiani si riunivano in centinaia di piccoli gruppi in varie case, sotto la guida di alcuni anziani o vescovi. Sembra che il compito principale di Timoteo fosse quello di preparare gli anziani a svolgere il loro compito di cura pastorale, infatti Paolo fornisce un quadro completo delle responsabilità di un servitore di Dio.
Timoteo viene incoraggiato ad essere un esempio e a mantenere un fermo atteggiamento contro le false dottrine.
Al termine Paolo si sofferma sul malsano desiderio di diventare ricchi e sul pericolo di considerare la religione come fonte di guadagno. «L’amore per il denaro »- scrive - «è la radice di tutti i mali.»

La seconda lettera che Paolo scrisse a Timoteo è anche l'ultima di cui abbiamo testimonianza, cronologicamente parlando (siamo intorno all’anno 65), e possiamo considerarla il suo testamento spirituale. Paolo si avvicina alla fine della sua vita: è a Roma, ma stavolta incatenato come un criminale (2:9). Abbandonato da quasi tutti, attende il martirio (4:6). Nel frattempo, i cristiani si perdono in chiacchiere inutili (2:16), ci sono quelli che si oppongono alla verità del vangelo (3:8), mentre alcuni addirittura se ne allontanano, sotto l’influenza di falsi insegnanti (4:3-4).
Così questi quattro capitoli contengono le commoventi esortazioni di un uomo di Dio, ormai vecchio, che trasmette le sue ultime istruzioni al discepolo Timoteo. Con fervore lo incoraggia a perseverare, a esortare i credenti, ad adempiere al suo ministero di evangelista. Paolo ricorda a Timoteo la grande eredità spirituale ricevuta dalla madre Eunice e dalla nonna Loide. Era stato chiamato ad essere guida per la chiesa, doveva farsi coraggio e lasciare da parte le sue paure. Con una serie di brevi immagini, Timoteo riceve indicazioni da cui trarre ispirazione per forgiare il suo temperamento: per essere come un soldato, un atleta, un agricoltore, uno che sa soffrire, che sopporta la fatica.
In 83 versetti Paolo descrive incisivamente le diverse caratteristiche della vera vita cristiana, rilevando che non si cammina con Cristo senza soffrire, e questo pensiero è come un riflesso dell’ultima esperienza che egli sta vivendo. Lo consola il fatto che può contare su Timoteo che è in grado di prendere il testimone dalla sua mano, quando egli stesso avrà terminato la sua corsa.

A chiusura della lettera, Paolo parla di se stesso, dando l’immagine di un uomo solo, abbandonato dagli amici, desideroso del suo mantello per scaldarsi e di riavere i suoi libri. Desidera avere una presenza amica nell’ora della prova e invita il suo caro Timoteo a raggiungerlo prima che arrivi l’inverno.

C’è un tema che viene ripetuto e può essere usato come chiave di lettura. Per ben quattro volte l’apostolo usa l’espressione “Non avere vergogna ” (1:8, 12, 16, 2:15).

Questa frase è ancora oggi un'esortazione per ciascuno di noi: Cristo non ha avuto vergogna di insegnare, guarire, essere deriso, fustigato, ucciso per salvarci.

Noi siamo pronti a non avere vergogna di Lui?

 

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Diamo prima alcuni cenni sulla città di Tessalonica. Fu fondata da Cassandro verso il 317 a.C. nei pressi dell'antica Terme e chiamata Tessalonica dal nome di sua moglie, sorella di Alessandro Magno. Era la principale città della Macedonia, ma anche al tempo dell’impero Romano mantenne la sua importanza, perché, oltre ad avere un importante porto commerciale, era attraversata dalla via Ignazia, la grande strada militare che da Roma andava verso l’Oriente. Con l’attuale nome di Salonicco è ancora oggi la seconda città della Grecia e un importante porto marittimo.

Il racconto della nascita della chiesa a Tessalonica lo troviamo nel libro degli Atti al capitolo 17 (1-10). La chiesa venne fondata verso il 51 d.C., durante il secondo viaggio missionario di Paolo. L'apostolo era arrivato in città in compagnia di Sila e Timoteo e, come era sua consuetudine, si era recato alla sinagoga, dove aveva cominciato a predicare il messaggio di Cristo, dimostrando ai Giudei, sulla base delle loro stesse Scritture, che Gesù è il Messia. Parecchi accolsero il Vangelo e fra questi un buon numero di persone provenienti dal paganesimo. Ma l’opposizione da parte delle autorità della comunità ebraica indusse Paolo ad abbandonare la sinagoga e cercare un’altra sede in cui esporre il Vangelo; anche in quella situazione, però, l'opposizione fu talmente forte che i missionari furono costretti a lasciare la città. I tre compagni di viaggio si recarono a Berea. Paolo lasciò sul posto Sila e Timoteo e prosegui da solo verso Atene. Era in ansia per la giovane chiesa di Tessalonica, così quando fu raggiunto dai suoi due compagni, rimandò immediatamente indietro Timoteo per raccogliere notizie sui nuovi convertiti di Tessalonica e, nel frattempo, da Atene si trasferì a Corinto. Timoteo lo raggiunse con buone notizie. I cristiani di Tessalonica stavano affrontando coraggiosamente la persecuzione. Queste notizie sollevarono lo spirito di Paolo, il quale, procuratosi inchiostro e pergamena, scrisse la sua prima lettera ai Tessalonicesi.

In questa lettera, Paolo ringrazia Dio per i credenti di Tessalonica, per come hanno accolto la buona notizia del Vangelo e sono divenuti, quindi, un esempio per altri che lo vorrebbero ascoltare. Nella prima sezione della lettera, l'apostolo spiega loro come affrontare con fermezza le avversità che stanno attraversando. La seconda sezione inizia con un’esortazione ad una vita santa. Paolo arriva poi a parlare del ritorno di Cristo e questo gli offre l’occasione per esortarli ad una vita vigilante. Il motivo di questa sezione, dedicata agli avvenimenti futuri, sembra dovuto alla preoccupazione di alcuni cristiani di Tessalonica per la sorte di quelli che, nella loro comunità, erano morti prima del ritorno di Cristo. Paolo chiarisce che coloro che muoiono prima di questo evento parteciperanno ugualmente alla sua venuta.

Passiamo adesso alla seconda lettera, scritta probabilmente pochi mesi dopo la prima. Anche in questo caso troviamo un accenno alla perseveranza dei cristiani di Tessalonica e al fatto che essi erano un esempio per gli altri. Sembra che alcuni credessero che il ritorno del Signore fosse già avvenuto; Paolo risponde parlando degli eventi che devono aver luogo prima di quel giorno. L’apostolo spiega che, prima che il Signore ritorni, devono realizzarsi due condizioni: ci dovrà essere l'abbandono della fede da parte di molti e l'Anticristo dovrà venire sulla terra. Questo passo è molto importante, perché spiega come saranno i tempi dell’Anticristo.

Dunque, mentre la prima lettera ai Tessalonicesi mette in evidenza l’imprevedibilità dell’arrivo di quel giorno “come un ladro di notte”, per usare un’espressione dell’apostolo, la seconda insiste su certi eventi che devono precedere il ritorno del Signore (capitolo 2).

Più avanti, Paolo affronta in particolare il problema di coloro che si rifiutavano di lavorare. Era giusto che i Tessalonicesi si preparassero al ritorno del Signore, ma alcuni di loro pensavano addirittura che esso fosse così imminente che non valesse più la pena di guadagnarsi onestamente la vita lavorando con le proprie mani. Alcuni credenti erano così convinti che avevano smesso di lavorare, vivendo disordinatamente, ma ciò non costituiva certo una buona testimonianza. Paolo corregge i cristiani di Tessalonica, dicendo loro chiaramente che l’avvento del Signore non sarebbe stato immediato e li esorta a tornare a lavorare. Presenta, allora, come esempio di fatica e di autosufficienza economica il lavoro che egli e i suoi collaboratori avevano svolto mentre erano a Tessalonica.

Paolo conclude la lettera augurando ai Tessalonicesi la pace del Signore e con un saluto scritto di suo pugno.

 

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Situata nella valle del fiume Lico, nell’odierna Turchia, Colosse era una piccola città, meno importante delle vicine Laodicea e Ierapoli. In tutti e tre questi centri si erano costituite delle chiese cristiane (4:13). Paolo aveva attraversato la regione già due volte, nel secondo e nel terzo viaggio missionario (Atti degli Apostoli 16:6, 18:23). Con molta probabilità, la chiesa fu il risultato dell’opera di Paolo a Efeso, distante circa 160 chilometri da Colosse. L’effetto della predicazione di Paolo a Efeso fu di notevole e vasta portata, possiamo dunque immaginare che qualche cittadino di Colosse, avendo udito il Vangelo a Efeso e accettato la fede in Cristo, avesse in seguito fondato una chiesa nella sua città di origine.

La lettera ai Colossesi è stata scritta con tutta probabilità durante la carcerazione romana di Paolo, intorno al 62 d.C.

Epafra, credente e responsabile della chiesa, aveva raggiunto Paolo (1:7-8) per parlargli della situazione che si era creata a Colosse. Diversi riferimenti ci fanno capire che alcuni stavano cercando di persuadere i Colossesi a seguire insegnamenti fuorvianti. Paolo scrive alla chiesa per correggere questi insegnamenti e riportare i credenti a focalizzare sulla persona di Cristo.

I primi capitoli sono dedicati all’esposizione della dottrina cristiana, in cui Cristo è il perno attorno al quale ruota tutto il discorso. Gesù ha il primato in ogni cosa (1:18). La sua preminenza è dovuta al fatto che egli è l’immagine di Dio (1:15) e la pienezza di Dio (1:19). Gesù è il Creatore (1:16) ed è il capo della chiesa (1:18). La sua opera è stata completa: può liberare dal potere delle tenebre (1:13) e può redimerci dal peccato (1:14). Tutte le cose sono riconciliate con Dio mediante il sangue della croce (1:20ss.) e sempre attraverso la croce, le potenze spirituali sono state disarmate (2:15). Cristo inoltre è la vita del credente (3:4).

Qualcuno ha riassunto la lettera ai Colossesi con una parola: pienezza. Infatti Gesù Cristo è pienamente Dio (2:9, 1:15), pienamente glorioso nella sua ricchezza (1:27), pienamente Signore sulla chiesa (1:18, 2:6) e pienamente trionfante sulle potenze del male (2:15). In lui si trovano tutta la pienezza di Dio (1:19) e tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (2:3). In lui il Padre ha riconciliato con sé tutte le cose (1:20). Gesù Cristo ha compiuto in modo definitivo e pieno l’opera di salvezza (1:14, 2:13-14). Egli è prima di ogni cosa , sopra ogni cosa, è capo della chiesa, principio della realtà, primogenito di ogni vita (1:15-20). “Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui” (1:17), dunque tutta la realtà è comprensibile alla luce di Cristo.

Nei capitoli seguenti, Paolo rivolge la sua attenzione a questioni di ordine pratico; gli insegnamenti devono avere degli effetti concreti per la vita e le relazioni umane. L’apostolo afferma che una dottrina sana si esprime in una vita santa. Il cristiano è “risorto con Cristo”, vive per Cristo e deve, dunque, manifestare la vita di Cristo in ogni situazione della sua esistenza. Non c’è rottura tra la dottrina e il comportamento, semmai il comportamento è determinato dagli insegnamenti ricevuti. Se la persona e l’opera di Cristo si distingue per la sua pienezza, così è della vita cristiana che Paolo descrive in questa lettera. Essa nasce dall’annuncio della totalità della Parola di Dio (1:25), deve essere ricolma della conoscenza della volontà di Dio (1:9) deve abbondare nel ringraziamento (2:7). Insomma, per dirla come Paolo: “voi avete tutto pienamente in Lui” (2:10). I cristiani sono persone che camminano verso la completezza (4:12). Non sono perfetti, ma sono ricolmi della pienezza di Cristo.

Lo gnosticismo tendeva a separare nettamente lo spirito dal corpo; nell'autentico insegnamento cristiano, invece, tutto l’essere vive la vita nella pienezza di Cristo, non ci sono aspetti della vita in cui Cristo deve essere ritenuto un estraneo. I sentimenti, la famiglia, il lavoro, la chiesa, la politica, il tempo libero, i doveri e quant’altro sono sottomessi alla signoria di Cristo e vissuti pienamente. Questa è la vita del vero cristiano.

Soffermiamoci ora su alcuni brani della Lettera ai Colossesi. Al capitolo 1 Cristo è esaltato in quanto Signore della creazione (1:15-17) e non solo, anche autore della riconciliazione. Ecco le parole di Paolo:

«E voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie,
ora Dio vi ha riconciliati nel corpo della carne di lui, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili”» 
(1:21-22).

Paolo dice che le nostre opere sono malvagie e ci rendono nemici di Dio. Solo attraverso la morte di Cristo possiamo essere riconciliati. Poi al capitolo 2, versetti 13 e 14, usa un’immagine per chiarire come la morte di Cristo realizza la riconciliazione:

«Voi, che eravate morti nei peccati … voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati;
egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l'ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce.»

Il senso del discorso dell'apostolo Paolo è che non possiamo essere salvati per mezzo delle nostre buone azioni, perché le nostre “buone” azioni sono imperfette. Per usare le parole di un profeta dell’Antico Testamento, agli occhi di Dio sono un “abito sporco” (Isaia 64:6).

Non è così che Dio ci salva. La salvezza non consiste nel far pareggiare i conti delle nostre azioni, non è un calcolo da ragioniere dove le buone opere rappresentano le entrate e le cattive opere rappresentano le uscite. Se il metodo è la valutazione delle nostre azioni, non c’è speranza: chiuderemo sempre in passivo. La speranza però c’è, ed è in Cristo.

Paolo dice che tutte le nostre cattive azioni devono essere cancellate dal documento dove si trovano scritte. La cancellazione è avvenuta quando il documento su cui erano elencate le nostre azioni fu “inchiodato alla croce”. In che modo fu “inchiodata” quella lista che ci condannava? Non fu un foglio di carta ad essere inchiodato alla croce, ma Cristo. Fu così che Egli è diventato il documento di condanna che conteneva le mie azioni cattive. È stato Lui a subire la mia condanna. Ed è stato Lui a donarmi la salvezza. Ecco perché Cristo è l’unica via per riconciliarci con Dio.

 

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